Cercherò di scrivere di me stesso senza compiacimenti; come se mi confrontassi con le pagine di un diario personale. Spero di riuscirci; con onestà, rigore e rispetto del vero.

UNA SCHEGGIA DI VITA: LA PRIMA INFANZIA

Sono nato  il 17 settembre 1944 a Cabella Ligure, un piccolo centro della Val Borbera sospeso dentro un quadrivio compreso tra le province di Alessandria, Genova, Pavia e Piacenza.
         La Val Borbera prende il nome dall’omonimo torrente che l’attraversa inerpicandosi tra forre, anse, ripe di boschi e improvvise aperture di campagne scampate alla cementificazione.

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Scorcio della Val Borbera

Tutta la valle, in particolare l’Alta Val Borbera, è una terra di dialetto, cultura, tradizione ligure; qui, per secoli hanno dominato le grandi Famiglie genovesi dei Doria, dei Fieschi, degli Spinola, fino a quando i capricci della Storia l’hanno conglobata nel Piemonte e assegnata alla giurisdizione  della Provincia di Alessandria.
In quest’angolo di geografia che ha ancora mantenuto intatta la sua bellezza paesaggistica, ho trascorso i primi anni dell’infanzia. Qui ho imparato ad amare e a rispettare la natura, ho scoperto l’incanto di un paesaggio innevato e il dolore di una gatta quando le sottraggono i gattini; anche l’agonia della vipera abbattuta a colpi di pietra.
          Vi ho vissuto un attimo, una scheggia di vita poi i miei genitori mi hanno portato in Liguria, a Cervo Ligure dove ho frequentato le scuole elementari.

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Mario Fabbrini: Paesaggio in Val Borbera - Olio su tela

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Mario Fabbrini: Case in Val Borbera - Olio su compensato

Mario Fabbrini: La Cappelletta - Olio su tavola

IL TEMPO DELLE  ELEMENTARI

A Cervo abitavo nella località chiamata del “Porteghetto”, a ridosso del mare, solo la Via Aurelia separava la mia casa dalla scogliera su cui s’infrangevano le onde quando s’alzava il libeccio e lo scirocco. Dei miei amici di infanzia non ricordo più il volto; però ricordo il nome: Gianni, Riccardo, Lino, Pippo, Franco, Gian Paolo. Si giocava sulle fasce terrazzate degli ulivi e tra gli anfratti delle scogliere dove si nascondeva la murena.

Al giovedì aspettavo con impazienza l’arrivo della corriera delle 14 da Imperia, mio padre portava il Pecos Bill di Guido Martina e illustrato da Raffaele Papparella, Pier Lorenzo De Vita e Francesco Gamba. Un gioiello di fumetto in cui l’arte grafica si fondeva con il ritmo narrativo delle avventure. C’erano protagonisti indimenticabili: il cavallo Turbine, Davy Crockett, Calamity Jane così gelosa della piccola Sue. Per me era una festa, ma dovevo sbrigarmi a prenderlo se no mia sorella Anna Maria, che è più grande di me, me lo fregava dalle mani.

L’ADOLESCENZA

Nel 1955 i miei si trasferiscono nel capoluogo di provincia, a Imperia, la città di Edmondo De Amicis, Boine, e Angiolo Silvio Novaro; qui frequento le scuole medie “Fratelli Serra” e, successivamente, conseguo la maturità al Liceo Scientifico Statale.

 

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Mario Fabbrini: La marina del Prino - Olio sucompensato

Mario Fabbrini: La torre saracena - Olio su compensato

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Mario Fabbrini: Vele a Imperia - Olio su compensato

A Imperia nascono incontri che incideranno profondamente nella mia formazione: ne ricordo soprattutto due: il prof. Dario Dedoni, preside dell’Istituto Nautico e docente di lettere, e il prof. Attilio Scaramuzza, insegnante di letteratura italiana al Liceo Scientifico Statale; entrambi apprezzano la mia  propensione alle lettere e vorrebbero indirizzarmi verso una facoltà umanistica.
            Incontro anche il poeta sanremasco  Renzo Laurano, autore di “Chiara Ride” e amico di Paul Valéry, che mi incoraggia a dare alle stampe una raccolta di poesie giovanili.

L’UNIVERSITÀ

Decido, invece, di iscrivermi alla Facoltà di Economia e Commercio, ma accanto agli studi su Keynes, Pareto, Leontief e Friedman ho sempre mantenuto vivo il mio interesse per la poesia e la letteratura. Montale, Sbarbaro, Saba, Ungaretti, Dylan Thomas, Watksins, Oscar Wilde, Rilke sono stati i grandi amici della mia avventura umana. E poi Pavese, Gadda, Tobino e certe bellissime e struggenti pagine del “Giardino dei Finzi Contini” di Giorgio Bassani.
Durante gli anni dell’università studio l’ofelimità di Pareto con  la stessa passione con cui approfondisco la conoscenza di Dante, Shakespeare e di tutta la letteratura anglosassone, senza per altro trascurare le radici della classicità latina e greca. L’unico rimpianto è quello di non conoscere il greco antico e quindi di dovermi affidare alla lettura di testi tradotti.
A dire il vero anche Thomas Bernhard, Joyce, Kafka, Musil, e perfino quel folle colmo di tormenti e di avventure che è Jack London, mi hanno sospinto a riflessioni sull’impostazione della pagina e il trattamento delle parole.
Nel 1969 mi laureo a Milano ed inizio la mia attività lavorativa presso diverse aziende nazionali e multinazionali, occupandomi di Marketing, Promozione, Addestramento, Comunicazione e Customer Satisfaction.

VITTORIA, MARIO FABBRINI  E LA TOSCANA

Nel 1971, in una tiepida giornata di fine estate col sole ancora alto sulla cupola di Santa Fiore del Brunelleschi, sposo a Fiesole Vittoria, la figlia del pittore toscano Mario Fabbrini. Il tema dell’arte  è una costante  dei rapporti con mio suocero e il pretesto per approfondire le competenze pittoriche anche sotto l’aspetto tecnico.   Mario Fabbrini si propone nel solco della tradizione figurativa dei Macchiaioli pur componendo un linguaggio cromatico di forte personalità. Insieme visitiamo Musei e Gallerie discutendo a lungo sui “complementari” e le Correnti emergenti degli anni ’70.
Ho accompagnato spesso Mario Fabbrini a dipingere; prediligeva gli scorci antichi di una Toscana che stentava a ritrovarsi: i casolari abbandonati, le campagne spoglie, gli alberi solitari suggellati dal malinconico sfiorire del tempo.

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Mario Fabbrini: Autunno in Toscana - olio su tela

Era dotato di un occhio rapidissimo nel cogliere le vibrazioni cromatiche dell’attimo pittorico e dei riflessi cangianti della luce. Sosteneva che di un colore, delle ocre, delle terre, delle lacche, occorresse conoscerne il profumo per seguirlo e catturarlo come i ragazzi inseguono e catturano gli aquiloni che volano al vento. E tutto andò liscio fino al terribile giorno in cui un ictus poco generoso lo costrinse a vivere su una carrozzina a rotelle senza più alcuna percezione della luce e del colore del tempo. Così la cassetta dei pennelli e il cavalletto rimasero chiusi per sempre.

LA PROFESSIONE

Il lavoro mi porta, prima in Puglia, a Monopoli (Br), poi a Genova dove, nel 1972, nasce la mia unica e adorata figlia Francesca, infine a Torino.
         L’attività commerciale di marketing presso una multinazionale mi richiede di viaggiare frequentemente all’estero, in particolare nei mercati europei. Viaggiare per lavoro, rendere conto dei risultati, raggiungere obiettivi, non è sempre piacevole. A volte non si sta troppo bene, ma gli impegni  sono impegni e non possono essere dilazionati. In alcuni periodi si è costretti a passare da un aereo ad un altro, a preparare conferenze e relazioni in aeroporto, a passare la sera in certe anonime camere di alberghi.
Di contro si può ricavare lo spazio per visitare città sconosciute, luoghi d’interesse, Musei, Cattedrali. Come posso dimenticare l’emozione che ho provato nel visitare la casa di Goethe, a Francoforte con quelle meravigliose stufe in ceramica? Oppure la casa di Brahams a Baden Baden? O la Maison Noêl di Toulouse Lautrec a ridosso della sorprendente cattedrale di Albi? Oppure scoprire che la famosa Via Pal di Budapest, dello splendido racconto di Ferenc Molnar non esiste più, spazzata via dalla cementificazione di palazzi di regime.
         A volte, nella memoria s’improvvisa ancora La maternità di De la Tour di Rennes o l’Agnello mistico di Van Eyck nella solenne penombra della cattedrale di Ghent o l’enigmatico abbandono della  Modista di Toulouse Lautrec.
Ma poiché dicono che si viva una sola volta, è piacevole ricordare anche le sontuose grigliate consumate con i colleghi ad Alcalà de Henares proprio a due passi dalla casa natale di  Miguel  Cervantes, o le strippate di baccalà e sarde alla brace sulla spiaggia sassosa di Nazaré quando le note dei Madredeus accompagnavano la malinconia della sera.

OXFORD: UN DISCORSO A PARTE

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Oxford: l'Isis dal Folly Bridge

Ma è Oxford la città che più mi è rimasta nel cuore. Forse perché vi ho soggiornato a lungo in Buckingham Street, a due passi dalle sponde Tamigi che, tra Oxford e il Cotswold, prende il nome di Isis (dal latino Thamesis) e scorre lentissimo verso il Channel. O, forse, perché a Oxford è nato il mio nipotino Guillaume, il figlio di Francesca e di Patrick Blanchard, un fisico svizzero che ha lavorato al Centro di ricerca  di Abigdon.
Oxford è una città strana; una città di transito, non un approdo. Ci si viene per studiare in uno dei suoi innumerevoli College, per fare conoscenze importanti, che non si sa mai, nella vita possono sempre venire bene, insomma per porre le basi di futuri “salotti buoni” destinati a “contare” nella società futura. Poi si parte per la vita, qualcuno torna a casa, altri prendono strade diverse, tutti conserveranno indelebile il ricordo di una città unica, fantastica, dove si passeggia per i viali dei parchi sorseggiando ottimo vino francese in enormi calici di cristallo e si discute di tutto: arte, poesia, economia, matematica…di ragazzi e ragazze…
Dove, quasi ogni notte dentro le acque gelide del Tamigi si raccoglie un ubriaco fradicio di birra e di profonde amarezze. Ma Oxford è così, se commetti un’infrazione, il policeman magari non ti ammenda, ma ti fa una ramanzina tale che davvero ti vergogni d’aver commesso una irregolarità.

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Oxford: scorcio sull'Isis

A Oxford ha studiato Oscar Wilde, uno dei miti letterari della mia giovinezza. Ha studiato al Magdaleine College dove pascolano le mandrie selvagge di daini e caprioli.

IL CHRIST CHURCH COLLEGE

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Oxford: Christ Church

Io, invece ho sempre preferito passeggiare per il Meadow (il parco) del Christ Church, lungo le sponde del Tamigi dove il silenzio del tempo è interrotto dalle voghe degli armi che regattano per i colori del College di appartenenza. Più oltre squadre di ragazzini giocano a rugby; di fronte, sulla sponda opposta, le mandrie di cavalli allo stato brado, osservano incuriositi strani personaggi vestiti di bianco che spalettano a Cricket e che, quando meno uno se lo aspetti, si abbandonano ad applausi tanto incomprensibili quanto sussiegosi.

Mentre mi aggiravo tra le mura della Tom Tower e le navate della Cattedrale, per poi spingermi verso i giardini dell’Orto Botanico, ho ricostruito il mio rapporto con il prof. Charles Lutwidge Dodgson che noi tutti conosciamo con il nome di Lewis Carrol, il papà di Alice nel paese delle meraviglie.
Riconosco che, da ragazzo, con Alice avevo incontrato molte conflittualità. Mi era stata regalata un’edizione sciagurata che aveva spudoratamente oltraggiato e scempiato il testo originale. Un po’ come succede ancora adesso per molti, così detti, classici per ragazzi, come i Viaggi di Gulliver e il Don Chisciotte.  A farla breve, la storiella edulcorata di quella ragazzina saccente e petulante, che ora s’ingrandiva e ora si rimpiccioliva, che stuzzicava stupidi gatti e se l’intendeva con conigli improbabili, mi restava cordialmente insopportabile.

E SE VIETASSIMO ALICE AI MINORI DI DICIOTT’ANNI?

é curioso riflettere sui volti dei numerosi ritratti delle personalità che hanno studiato al Christ Church e che fanno bello sfoggio di sé dalle pareti del refettorio. Vi sono uomini di stato, plenipotenziari, scienziati, economisti, principi; insomma un po’ di tutto. Allora è buffo pensare che il più celebre, il vero fiore all’occhiello della galleria, è proprio quel timido e bizzarro professore di matematica che trascorreva il suo tempo libero raccontando storielle alle piccole figlie del decano.

Ecco, sulle sponde dell’Isis non è difficile immaginare Lewis Carrol quando teneva per mano la piccola Alice, ed insieme si spingevano fino alla drogheria in Saint Aldates Street, di fronte all’ingresso del college, per comprare dalla  vecchia signora con la voce da pecora un delizioso barley-sugar per la merenda sui prati. C’è ancora, oggi, il Lewis Carroll’s Old Sheep Shop, ma il tempo l’ha trasformato in un negozietto per turisti dove si vendono ricordi e varie bigiotterie in omaggio ad Alice e al suo mondo fantastico.

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Oxford: Old Sheep Shop

Al Christ Church ho avuto la fortuna di esaminare i manoscritti di Alice nel paese delle meraviglie e mi sono emozionato nel vedere la cura con cui Lewis Carrol organizzava le pagine, definiva le illustrazioni, posizionava l’immagine. Provava lui stesso a disegnare i vari personaggi, ma, ahimè, come disegnatore valeva pochino, (decisamente meglio il fratello), però dettava l’ispirazione, strutturava l’insieme della narrazione. Sapeva di aver tra le mani un capolavoro, uno dei racconti più belli di ogni letteratura, ne era consapevole, se lo teneva stretto, e forse, la notte, nel silenzio del college, riusciva a rileggerne alcune pagine senza neppure balbettare.
Ecco io Lewis Carrol lo custodisco nel cuore, come Alice, come Oxford, come il fruscio lento delle acque dell’Isis e della voce dei canottieri che scandiscono la voga.

E ADESSO?

Imperia: panorama

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Imperia: tramonto

Ora divido il mio tempo tra Imperia e Torino. A Imperia mi fa male che non ci sia un Centro Studi, una Fondazione, un Museo in onore di Edmondo de Amicis che, fino a prova contraria, è stato uno dei suoi figli più illustri e conosciuti al mondo. A Torino mi fa altrettanto male vedere l’incuria e l’abbandono della Casa in cui Emilio Salgari ha regalato avventure, sogni e incredibili fantasie agli uomini.

 

Mario Fabbrini: Torino il ponte della Gran Madre - olio su compensato

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Torino: il Po sotto la neve

 

Torino: nevicata sul castello del Valentino

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Mario Fabbrini: Torino la chiesa di piazza San Carlo - olio su compensato