Commento critico:
No, non è una lirica robotica manovrata con lo joystick quella di Nadia Blardone.
No, non le appartiene l’universo nel quale le cellule staminali embrionali sono il solo futuro radioso dell’umanità.
Ne prende le distanze.
È donna rapita dai sentimenti in un mondo che può essere insopportabile se privo di essi.
È semplice espressione di acuta sensibilità e pudicizia nel mostrare i più intimi palpiti delle proprie pulsioni.
Addossarsi alla poetica di Nadia Blardone significa avvicinarsi alla nozione di rappresentazione non compiaciuta di un componimento inteso come scelta di non apparire ma di esprimere.
(Commento di Cesare Bevilacqua )
Andare oltre. Liberarsi al di là dei confini del cielo, valicare il respiro, il pensiero, sfidare le tersità dell’aria per approdare sulle rive di memorie che non si riconoscono più perché si trasformano nel loro viaggiare, nel sovrapporsi del loro stesso esistere, perché si rigenerano come entità nuove, diverse, spesso sconosciute.
La poesia di Nadia Blardone origina nelle dimensioni del quotidiano: cattura i contorni, gli attimi impalpabili che segnano in modo quasi impercettibile l’esistenza: i vetri spalancati, le tende tirate, le stanze deserte, lo scendere le scale; le banali attenzioni del giorno scavano nell’animo per confrontarsi con i limiti del proprio essere e, da qui, ripartire per scoprili sorprendentemente diversi, quasi faccenda altrui che venga osservata/sezionata a distanza nello scorrere di frammenti o pellicole di altre storie ed altri vissuti.
La sua analisi si dissolve in un lento misurarsi con se stessa, senza affrettare il passo, anzi, soppesandolo ad ogni discendere di scalini quasi cercasse di comprenderne i segni più veri che sfuggono nel ripetersi usuale dei gesti, come un “copia e incolla” dei giorni e delle notti. Allora, il guizzo liberatorio, il vaporare verso cieli altissimi fino a toccare le nubi e rincorrere mattini tra l’erica fiorita delle bellissime scogliere di Bretagna o tra i caffè affollati di Parigi.
(Commento di Pier Luigi Coda)
Le liriche di Nadia Blardone si soppesano tra le mani come due monete dalla doppia faccia suscitando tra le dita un tintinnio di pensieri e sentimenti intensamente “esaltati”, ma, profondamente “dolenti” nel verso crudo e sfuggente, nel realismo dipinto con le tinte beffarde di chi conosce i due “terrori”: della morte, non meno che della vita nascente in un aprile “eterno” fra larve di girini e canne a guardare il movimento di pesci moribondi e che sragiona.
Il fraseggio, a zampillo, ha sete di vita, lascia “senza fiato” e fa ricadere nell’animo immagini nitide pur nel groviglio allucinante e allucinatorio di spire di pitone; l’andamento incalzante è gonfio e terribile come i gesti quotidiani della donna con le gambe larghe.
Il messaggio è polvere sottile e annida i suoi batuffoli negli angoli acuti di muri ottusi da cui filtra un bagliore di parole lanciate lontano affioranti, a pelo d’acqua, nello spazio buio e ovattato di “orgasmi mentali” che illuminano atmosfere di libertà in piccole accertate morti sopraggiungenti ad ogni istante di vita.
Nadia Blardone intreccia nel tessuto poetico morbidezza scabra, virtuosismo, malinconia in frammenti di esistenze spezzate, forse mai ricomposte nel gioco continuo del vivere, nello spasmo di crolli emotivi, nell’idiozia cosciente che si nutre spudoratamente di se stessa, paradigma vivente di un incessante trasfigurarsi, di un inarrestabile e perpetuo mutare lasciato a pelo dell’increspatura che evoca margini della coscienza, lembi dell’io.
(Commento di Cristina Raddavero)