"Premio speciale unico al concorso internazionale di poesia 2006 “Aldo Spallicci” di Castrocaro Terme"

Biografia:

Valentina Incardona è nata a Genova il 22 febbraio 1984. Presso l'Università degli Studi di Genova ha conseguito laurea triennale e specialistica in Letterature e Civiltà Classiche, rispettivamente nelle materie di Cultura dell'Età Romanobarbarica e di Letteratura Latina Medievale, con una valutazione di 110/110 e lode e diritti di pubblicazione.
Svolge attività di pubbliche relazioni, copywriting e ghost writing; scrive per diversi giornali e dal 2006 collabora con il Sito Internazionale di Arti e Lettere “DictaMundi”.
È la Project Promoter dell'iniziativa denominata “Operazione San Ruffino”, finalizzata alla tutela del patrimonio storico, artistico, culturale ed ecologico della Val Borbera, attraverso il recupero dell'antico complesso ecclesiale di Cerendero (AL).
Se la fotografia per lei è un hobby, la poesia è un'autentica passione: sia per quanto concerne la composizione diretta di opere in versi sia in relazione allo studio del linguaggio poetico in ambito storico e antropologico.
Dal 2002 a oggi ha conseguito numerosi premi nazionali e internazionali di poesia (in lingua italiana, vernacolo genovese e piemontese), di narrativa e di fotografia; fra questi:
- Premio Letterario di Poesia “Monte Argentario” 2003, Grosseto: 1° premio.
- Premio Letterario Poetando in Valbormida “Alle pendici del Monte Camulera” 2005, Riofreddo-Savona: 1° premio sezione HAIKU.
-Premio Internazionale di Poesia “Aldo Spallicci” 2006, Castrocaro Terme-Forlì/Cesena: Premio Speciale (unico) Sezione Giovani.
- XV Premio Nazionale di Poesia e Narrativa “Luciano Virgili”  2007, Ardenza-Livorno: 2° premio poesia in vernacolo genovese._
-Concorso Nazionale di Poesia “Calabria Alto Jonio” 2007, Terme di Spezzano-Cosenza: 2° premio.
- IV Concorso Nazionale di Poesia e Narrativa dal tema “Le Masche” (Spiriti maligni, paure, folletti, streghe, ecc.) 2007, Costigliole d'Asti-Asti: 2° premio di poesia in vernacolo piemontese.
- II edizione Concorso Nazionale di Poesia “Francesco Monti” 2007, Arco-Trento: 2° premio.
- II edizione Premio Letterario Internazionale di Poesia e Narrativa “Città di Recco” 2008, Recco-Genova: 2° premio poesia under 25.
- Concorso Nazionale di Poesia “Roberto Fertonani” 2008, Rivatolo Mantovano-Mantova: 2° premio poesia in lingua italiana / 2° premio poesia in vernacolo genovese.  
-1° premio conseguito per quattro volte al Concorso Nazionale di Poesia “Giovani Talenti” di Angiari-Verona:edizioni 2003, 2006, 2007, 2009.

 

Così la stampa
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Panorama di Novi - 13 aprile 2007; Valli Borbera e Spinti marzo 2007;Panorama di Novi 12 dicembre 2008;

Opere Letterarie
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Commento critico alla silloge:

Valentina Incardona inaugura la “Bacheca dei poeti” con una selezione di poesie in italiano e in dialetto genovese.

Diverse ragioni mi hanno convinto ad effettuare questa scelta; in primo luogo, ovviamente, il talento e la valenza intrinseca della sua poetica; poi il curriculum con molteplici riconoscimenti ottenuti in diversi concorsi letterari. Ed, infine, non posso neppure escludere di essermi lasciato coinvolgere dalla simpatia di ritrovare nelle sue belle liriche in genovese la sonorità della mia lingua madre, il riconoscermi nei suoni e nella parlata della mia stessa infanzia.

Ma di questa giovane poetessa (ha solo 22 anni) mi piace soprattutto il modo con cui struttura il suo sentire poetico; mi piace il contrasto tra la rapidità con cui ritma il verso e la scansione lineare delle sue emozioni, come se filtrasse la costruzione del pensiero attraverso la sequenza dei fotogrammi di una moviola capace di catturare e definire ogni minimo frammento dell’animo.

La sua è una poesia di attimi che transitano sull’esistenza, di raccordi e segrete nostalgie, d’immagini soffuse di dolcezza che scorrono davanti alla finestra del tempo. Valentina predilige i colori tenui, le penombre della sera, le intimità dell’essere, il tremore delle atmosfere invernali e dei tramonti; “quella sedia che resta vuota e tace”, le “scie di barche prossime a scomparire”.

Forse le sue poesie in genovese sono ancora più intense e vibranti di quelle scritte in italiano. Credo che liriche come “Seiann-a Settembrinn-a” e “A nêuva Stagion”, anche nella traduzione in italiano, meritino una attenzione particolare per la coralità delle sensazioni e la suggestiva cadenza di certi scorci scenografici che sconfinano dalla memoria degli anni per aprirsi alle tensioni dell’animo.

(Pier Luigi Coda)

 

LA SILLOGE

“OBLIO”

Rarefatta è la sera
Sotto un cielo di
Carta velina.
Si sciolgono le
Pareti della stanza
Nella foschia di
Questi istanti, ora
Che vorrei essere
Altrove. Invece
Guardo immobile
Quella sedia che
Resta vuota e tace.
Se ne va anche
Il ricordo e lo
Sguardo lo segue
Oltre la finestra,
Fino a impigliarsi
Nelle chiome di
Un salice che
Tremano appena.

English version Oblivion – Rarefied evening/ Under a veiled/ Sky./ The walls of this room/ Dissolve into the mist/ Of these moments, now/ I should like to be/ Elsewhere./ Instead I look motionless/ At that chair/ Which is empty and silent./ Also the memory goes away/ And my glance follows it/ Beyond the window/ And gets tangled/ In the foliage/ Of a willow/ Softly trembling.


“NOTTE”

A passo stanco la sera
Abbandona la scena
Fra un crepitio di astri.
Contro un cielo di
Pergamena si appoggia
Il profilo di un pavone.
La quiete è nuda
E l’aria ammansita.
Ci fermiamo a
Premere la terra con
Un peso maggiore.
È sempre notte quando
Il giorno fa paura.


“MONTI E NOTTE”

Un parapetto
Di alberi
Spogli
Disegna
La costa
In declino.

Guardo il
Cielo scuro
E scopro
Indecifrabile
Sgomento.


“TRAMONTO”

Non chiedermi di
Parlare dire
Quel che ho
Visto dove
Tace l’ultimo
Bagliore solare
Goccia caduta in
Un oceano lago
Multiforme
Non possono
Le palpebre
Svelare il segreto
Rifletterlo nell’iride
Di chi tesse
Con vane domande
Ragnatele di fumo
Correndo sull’orlo
Di vasi
Senza fondo
Aggrappate
Al muro
Cadente cascate di
Glicine sfondo
Violetto di
Intancabili
Forme caleidoscopiche
Salutano nel vento
Scie di barche
Prossime
A scomparire


“SEJANN-A SETTEMBRINN-A”

Sôtta stô
Parpellâ de stelle
Mëzo ascôso da-o
Lûxernâ stàggo a
Ammiâ a nêutte,
Comme a vegne
In punta de pê.
Adâxo adâxo o l’è
Sempre ûn pittìn
Ciù scûo e pâ ch’o
Mâ o piggie l’asbrïo
Verso quello mûggio
De schêuggi e o se
Franza cárego de-i mae
Pensamenti. Ûn zêugo
Da memöja o descrôve
Unn-a vëgia böxïa
Da vitta: a resciste
‘Na sola mäveggia,
Fêua de nuiatri, ch’a
Dûa appenn-a o
Tempo de strenze i
Êuggi, finze d’ëse
Ûn atro e doppo
Moï, quaêxi inorbïo
Da ûn barlûmme
De bellessa.

SERATA SETTEMBRINA”

Sotto questo/ Palpebrare di stelle/ Mezzo nascosto dal-/ L’abbaino sto a/ Guardare la notte,/ Come viene/ In punta di piedi.// Piano piano si fa/ Sempre un pochino/ Più buio e sembra che il/ Mare prenda la rincorsa/ Verso quel mucchio/ Di scogli e si/ Franga carico dei miei/ Pensieri. Un gioco/ Della memoria scopre/ Una vecchia bugia/ Della vita: resiste/ Una sola meraviglia,/ Fuori di noi, che/ Dura appena il/ Tempo di chiudere gli/ Occhi, fingere di essere/ Un altro e dopo/ Morire, quasi accecato/ Da un barlume/ Di bellezza.//



“NEVADDA”

Gh’èa ûn sciallo grixo
In sce-o çê e
Ascì o grixo de
Quarche fûmmaiêu
In to paise.
Pàiva de poèi contâ
Tûtti i recammi da
Neive ch’i xûattâvan
Pe l’äia. Comme in
Te ûn sêunno
I taxeivan
O riâ e a fontann-a.
De däto, o raetin o
T’ammiâva scûggiâ in
Ta crêuza in deschinâ.
Prôi, èrbi, sentê
I l’èan gianchi
Lasciû ‘n to fianco
Do monte.
Giassa e nevëa i
S’èan desmenteghê ûn
Recanto in mëzo
A dou-tréi prie,
Unde m’appaxentavo
Alloa ch’a natûa a
Dormiva, primma ch’a
Gronda a se mettèsse
A cianze.

“NEVICATA” C’era uno scialle grigio/ Sul cielo e/ Anche il grigio di/ Qualche fumaiolo/ Nel paese.// Sembrava di poter contare/ Tutti i ricami della/ Neve che svolazzavano/ Per l’aria. Come in/ Un sogno/ Tacevano/ Il ruscello e la fontana.// Dall’alto, lo scricciolo/ Ti guardava scivolare nella/ Crosa in discesa.// Prati, alberi, sentieri/ Erano bianchi/ Lassù sul fianco/ Del monte.// Ghiaccio e nevaia/ Si erano dimenticati un/ Cantuccio in mezzo/ A due o tre pietre,/ Dove mi acquietavo/ Allora che la natura/ Dormiva, prima che la/ Gronda si mettesse/ A piangere.//


“A NÊUVA STAGION”

Nûvie de marso cô de ciongio i
Cròvan o çê accabbannôu; gosse freide
Derrûan in scï fiägni e in sce
L’erba noëla, tûtta assûppâ. Da-o
Barconetto arente a-o cammin ti veddi
O vento ch’o sciûscia e o scrolla
A cioenda a-i pê da collinn-a.
Scòan i drappi appeisi e a gronda
A se vûa in ta chinetta. Dou-tréi
Passuöti i se scorran in sce-a
Mûagetta do arvio, ciccioezzando
Sotta a-o tèito recammôu de tägnê.
Zème o bosco coscì spampaggiôu e
Streppellôu; vixin a ûn ortiggiêu o
Mei reûdo o mêuve i sêu brotti ciù
Fïto do tempo. O mae pàise arreixôu
In scï rissêu o l’ammia l’inverno
Ch’o mêue in te l’aegua e o se
Recilla, ascondendo ûn pittin de
Puïa in sce-o chêu, òua ch’a
Ritorna a nêuva stagion.

“LA NUOVA STAGIONE” Nuvole di marzo colore di piombo/ Coprono il cielo abbuiato; gocce fredde/ Scrosciano sui filari e sul-/ L’erba novella, tutta fradicia. Dal/ Finestrino accanto al camino vedi/ Il vento che soffia e scuote/ Il riparo di siepi ai piedi della collina.// Gocciolano i panni appesi e la gronda/ Si vuota nel rigagnolo. Due o tre/ Passerotti si rincorrono sul/ Muretto del trogolo, cinguettando/ Sotto al tetto ricamato di ragnatele.// Geme il bosco così rabbuffato e/ Stracciato; vicino a un orticello il/ Melo intirizzito muove i suoi germogli più/ Presto del tempo. Il mio paese abbarbicato/ Sui ciottoli guarda l’inverno/ Che muore nell’acqua e si/ Rallegra, nascondendo un pochino di/ Paura nel cuore, ora che/ Ritorna la nuova stagione

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