Viviana Albanese: "Professione pendolare" - Puntoacapo Editore - Novi Ligure

Finalmente, al termine di una settimana convulsa, al sabato ci si sveglia presto di mattina e si fa Jogging. La prima parte del percorso è in salita, si fatica e si suda ma si affronta di passo spedito e, tutto sommato, leggero. Quando si scollina l’erta il percorso diventa più dolce e pianeggiante, lo si conosce così bene che lo si può affrontare a occhi chiusi. Certo c’è il rischio di inciampare in un avvallamento o precipitare in un dirupo, l’insidia è sempre in agguato ma la si accetta; fa parte del gioco.

Dopo l’erta della giovinezza  con le sue fatiche e i suoi dolori ma anche con le sue speranze, si scollina il pianoro della quarantina, allora sembra che nelle vene pulsino solo le scorie e le amarezze del passato, che lo sguardo si annebbi e gli orizzonti della vita non siano altro che l’oscurità di un rassegnato, neppure troppo arrabbiato, tran tran quotidiano. Si corre sempre, ma ad occhi chiusi col navigatore automatico, senza vita ma guardandosi vivere. Senza avere neanche l’energia per compiangersi o alzare i pugni verso il cielo. Una mattina entri in ufficio e trovi la tua scrivania completamente svuotata: il ripiano senza agenda e matite, i cassetti ripuliti per bene e sopra la tua sedia uno scatolone dove sono riposti i tuoi effetti personali e la lettera di licenziamento. Ma l’impulso non è quello di rovesciare l’ufficio e sbattere ogni cosa all’aria, la reazione è pacata, forse stupita, ma anzi rassegnata. Nella precarietà della vita il precario è necessario per sopravvivere, quando genera sconforto e dolore si stappa una bottiglia di whiskey (1) distillato in Irlanda. Domani sarà certamente un altro giorno o, forse,  sempre lo stesso che s’incolla uguale sopra le spalle.

Nell’ultimo racconto di Viviana Albanese (Professione Pendolare ed. Puntoacapo) si sente certamente l’eco di una letteratura anglosassone che osserva senza concessioni sentimentali lo spaccato di una società ostica e spesso indifferente dove ciascuno si misura e si confronta con se stesso e le proprie ineluttabili sconfitte. Penso a Sillitoe, penso a Fitzgerald a Miller, non a caso nel testo è citata Sylvia Plath che nella sublimità della sua poesia contempla la sublimità dei suoi fallimenti.

Se il sabato è la giornata dello jogging, i restanti giorni lavorativi della settimana si trascinano nell’insegna di una faticosa, direi meglio, fastidiosa ossessiva routine: sveglia sulle note de The Importance of being idle di Noel Gallagher (2), che è già tutto un programma, e sullo slogan di un altrettanto programmatico: forza e coraggio. Tutto il resto è definito da circostanze subite come un ineluttabile castigo esistenziale. Corsa per raggiungere la stazione e aspettare il treno dei pendolari: avanti e indietro, su e giù con lo sguardo sempre sull’orologio: sarà in orario?, darà la precedenza alle Freccerosse?, e la coincidenza? Timbreremo il cartellino in tempo? E la pausa caffè?

 Il contorno è subìto; i compagni di viaggio, (di viaggio o di sventura?), scelti da un comune destino che obbliga a condividere un percorso obbligato; la frequentazione giornaliera ricuce i rapporti ma non gli affetti: c’è la fobica dell’igiene, la patita dei profumi e dei belletti, il dongiovanni della valle. Mentre risuona lo sferragliare delle carrozze sui binari, si scherza, si scoprono i tic, le manie, nasce anche una sorta di scanzonata complicità  e ci si affibbia nomignoli di sopravissuta goliardia: Amuchina, MaxFactor, Casanova…  Certamente Il panorama sociale è quello di una media borghesia laureata o diplomata: un lavoro, una carriera, insomma un certo establishment conquistato con fatica durante l’erta della giovinezza.  Adesso, scollinata l’erta, il percorso si fa leggero e pianeggiante, ma il paesaggio circostante è arido; ci si è, come dire, prosciugati e ci si ritrova ripiegati nella propria solitudine di single, senza affetti, senza rifermenti sicuri. Le famiglie sono disgregate, vissute più con angoscia  che come accogliente e consolante rifugio; gli affetti sono effimeri, passeggeri, si sta insieme per fuggire dalla propria solitudine e non per amore. E non basta bere una bottiglia di whiskey o di birra per sentire il calore dell’affetto sotto le lenzuola di una notte di stordimento. Il presente incespica, il futuro non ha avvenire e, ammesso che lo abbia, è offuscato dalla nebbiosa precarietà dell’esistenza dove si avanza a tentoni nel buio cercando di non cascare nel dirupo.

Sopravvivono solo le macerie del passato; quelle hanno radici forti e non affondano solo nel terreno della memoria, hanno sempre vitalità e linfa, riaffiorano in continuazione e in continuazione apportano nuove ferite, dolori che ancora non si conoscevano e che mettono in discussione anche l’illusione di una realtà che non era mai esistita. Forse non basta neppure farsi tatuare le braccia per nascondere le cicatrici  della lametta da barba (Gillette? Come il nickname affibbiato?) e forse non basta neppure sperare che l’unione casuale di Cali e di Ema, i due protagonisti del racconto,  possa costruire un solido castello di sogni dove infilarci le proprie solitudini. Però ci si prova e, chi sa che, qui, in questa decisione conclusiva,  non nasca un briciolo di speranza.

(Pier Luigi Coda)

(1) A differenza del whisky distillato in Scozia, il whiskey viene solitamente distillato in Irlanda

(2) L’importanza d’essere pigro; parole di Noel Gallagher, cantautore e chitarrista inglese, componente del complesso Oasis

 

 

Succede che se a distanza di qualche “Mercoledì”, si entra nelle settimane scandite dal ritmo monotono di una professione particolare come quella del pendolare , pass per svolgerne altre, si sale sul treno del vivere popolato di volti, tanti volti, non fosse che per la ragione di essere isola cui momentaneamente sostare dentro giornate infinite lontano dalla propria Itaca raggiunta solo a tarda sera, dipinta coi colori delle stagioni e quelli non meno vividi della vicenda personale di Cali, protagonista del nuovo romanzo di Viviana Albanese.

Cali.

Sono molto rare le occasioni di leggere il nome completo nel corso della narrazione tanto che, subito, si fatica persino un po’ a ricostruirlo questo nome desueto.

Forse a significare la “scomposizione della vita” cui fa riferimento Pirandello in Uno, Nessuno, Centomila.

Certo è che l’autoconsapevolezza di Calista traghetta nella stessa narrazione autodiegetica dal momento che è la stessa protagonista a raccontare la sua esperienza attraverso una distanza narrativa mimetica spesso rivolgendosi direttamente al lettore come stesse col medesimo conversando .

La struttura sintattica predilige un lessico quotidiano già incontrato in Mercoledì e che ne garantisce la scorrevolezza pur toccando tematiche impegnative e sofferte.

La forte inclinazione al monologo si interseca perfettamente alla parte dialogata ove spesso le parole sanno esprimersi in un silenzio spesso immaginato, tenacemente voluto pur nell’andirivieni di un confronto a due (il rapporto con Emanuele), a tre (di Calista con le sorelle), a quattro (di Calista con madre e sorelle), di nuovo a due (di Calista e la sua capa), a largo raggio (di Calista e della compagnia di brigata sul treno).

E proprio lungo i binari sfreccia l’uomo pirandelliano, l’antieroe romantico, totalmente privo di certezze  colui che identifica piuttosto la certezza con e dentro un rito (squisitamente pirandelliano il ritratto di Amuchina, una pendolare ossessionata dai germi e dalle malattie solo per citare un esempio).

In tal senso, Albanese inserisce la vena umoristica nel suo romanzo sapendo regalare autentici momenti di distensione all’interno di una storia complessa le cui tematiche si danno appuntamento nella crisi di identità e dei molteplici e problematici  aspetti che tante volte appaiono lontani da noi mentre , in realtà, ci abitano accanto con forti declinazioni (autolesionismo, malattia mentale, disturbi del comportamento) che l’autrice ha saputo mettere sulle pagine con la delicatezza di un bocciolo di rosa.
(Commento di Cristina Raddavero)

 

 

Viviana Albanese: «Mercoledì» - Puntoacapo Editore - Novi Ligure

 

Non c’ è un ritmo “febbrile” in Mercoledì di Viviana Albanese e già il titolo stesso sembra porsi a mò di diapason tra le pagine,  per scoprire come l’autrice confezioni una storia calibrata tra luoghi e personaggi, il vero binomio di questo romanzo.

Ci si trova, infatti, dentro la vita di Margherita in un mosaico di vicende e ritratti, eventi e figure che si compongono, scompongono e ricompongono in ricostruzioni modulate lungo  perimetri ben noti ( Iper, Outlet, Stazzano, un tratto dell’autostrada dei Fiori, un’uscita al casello di Vignole Borbera solo per fare alcuni esempi) e pennellate psicologiche che non hanno bisogno di dettagli che non siano quelli di un gesto, uno sguardo, una postura nella fibra vibrante della parola giacché il dialogo resta, in Mercoledì il motore che definisce il percorso della protagonista a contatto con tante maschere e pochi volti.

Il romanzo dà voce al mondo di Margherita nella tensione logorante di un quotidiano universalmente riconosciuto e riconoscibile che verrà “screziato” da una presenza tanto prossima, quanto lontana sia nella geografia che nelle dinamiche di approccio all’esistenza.

Una storia dei nostri giorni, lieve come la spuma del mare con il peso specifico dei sentimenti e delle emozioni all’ombra di un Oltregiogo nebbioso nell’orizzonte più vasto di confini allargati fino alle vette altoatesine…per dire che alla fine siamo tutti Mercoledì.

(Commento di Cristina Raddavero)