Sandra Cesselon – 20 poesie – Stampa Tipolito - Roma

 

Chi segue DictaMundi ha già avuto modo di incontrare la poetica di Sandra Cesselon sfogliando le pagine della “Bacheca dei Poeti” dove è pubblicata una sua silloge con mio commento. Nell’occasione mi era sembrato opportuno sottolineare un aspetto tonale e forte del suo “fare lirica” riposizionandolo dentro un alveo di amarezza socio/satirica che, idealmente, si riallaccia alle fonti della grande satira letteraria latina; penso a Marziale e Giovenale. E mi piace giocare su questa “liaison” che scavalca i tempi per approdare sui lidi  di una contemporaneità che, ahimè, oggi quanto mai si presta – offre il fianco – ad un mesto spettacolo, non solo socio/politico, ma di vita, di slanci, di forza intellettuale. Non a caso, quando, con molto piacere, l’ho incontrata alla Fiera della Piccola Editoria di Roma l’8 dicembre dello scorso anno, mi è venuto spontaneo abbracciarla con un cordialissimo: “ Ecco, finalmente conosco il moderno Giovenale della Poesia Italiana”.
                In quella occasione, Sandra Cesselon mi ha regalato un volumetto di sue poesie stampato nel 1987, e di ciò la ringrazio perché attraverso le liriche pubblicate ho scoperto un’altra Sandra Cesselon, una poetessa di carta e materia, di voci profonde, di innalzamenti e colori spessi, intrisi di terra e di cielo. Una poesia più intimista, costruita su impalcature da cui si aprono angoli di visualità dove domande e risposte sembrano scolpirsi nell’indefinito dell’animo e nel misterioso vagare dei giorni; senza definizioni, senza luccichìi, senza modulazioni ritmiche. Il suo versificare riporta all’approccio dello sculture con la creta: scavare, limare, plasmare fino a recuperare l’idea, il soggetto ispirativo, la risposta creativa dell’arte. La Cesselon scarnifica la pagina, la governa essenziale di parole e di timbri, elimina il superfluo fino a trovare la sorgente poetica dell’immagine e del pensiero. In lei si perfeziona il canto dell’insieme lirico, la compattezza strutturale del verso: come in “Intelletto”: attacca pietre alle tue mani/voleranno come ali, verso il cielo empio/uccidi la vita delle pietre/delle più dure/basalti, graniti./Infila il tuo palo al centro del mare/ e con argani immensi/lega la terra./ Oppio del pensiero, non raggiungermi/anche quassù;/ ti ho lasciato il mio corpo/ non è abbastanza?.
Eppure, attraverso i chiaroscuri della roccia e del vivere, affiorano estasi e sapori d’incanto, momenti di tenerezza, di slanci appassionati che esondano inattesi, come: “ricordi/ di notti bagnate di rugiada/ marina” scoprendo che“ la gioia grande è come un coniglietto/che fa capriole/nel mio cuore/non aspetto il domani/e come sempre adolescente/vivo rapita,/l’estasi quotidiana!”
                Allora affiora inevitabilmente la ricerca dell’altrove come angoli dove rifugiare la vita e i sogni e così innalzarsi al di sopra di ogni quotidiano percorso lastricato di inciampi e grovigli: “fantasia/sciogli le azioni in acqua zuccherata/…/Prendi per mano delicatamente/ciò che non conta niente/e rendilo più bello, più importante/ gonfialo: sarà una mongolfiera/ e te ne andrai volando, chi si accorgerà, che l’hai creata/con il tuo pensiero?
(Commento critico a cura di Pier Luigi Coda)