Angelo Colangelo: "Versi Persi" - Alianoparcolevi editore

          

  

Risulta “difficile” un approccio a Versi persi di Angelo Colangelo senza che questo si innesti su un duplice piano: realtà presente e ricordo si intrecciano nella penna dell’autore rivisitando “luoghi fisici e non” ove pulsa la primigenia conoscenza delle cose.
E se è vero che conoscere è ricordare, l’atto della memoria transita fra i calanchi mirabilmente descritti da Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli cui il poeta dedica una poesia in apertura della raccolta.
Il territorio di questa zona, la Lucania, brullo e ricco di argilla bianca, scosceso e caratterizzato da precipizi e valli scavate dall’erosione delle acque, assurge a filo conduttore di intime visioni e fotografie che compongono un puzzle nostalgico ed evocativo di notevole suggestione.
Non è casuale la scelta del poeta di anteporre a Versi persi l’istanza precipua del poiein che avvalora l’intera raccolta: un “portare dal non essere all’essere”  da cui trapela il carattere autonomo del linguaggio poetico.
Un’attività, quella dell’intelligere lirico che trova qui la sua ragione a partire dalla terra, dalla sua gente, dai suoi volti, nella corresponsione di amorosi sensi tra documento etnografico e una diversa umanità i cui polsi tremano nella rievocazione nostalgica quale circolo perenne, ovvero linfa vitale per dare vita, nella parola, ad una realtà che non c’è più, ma che palpita sulla pagina scritta.
I lembi di vaghe nuvole che volano sulla fuga dei tetti rosso-gialli, i miei occhi incantati che li inseguono rincorrendoli fin sopra le valli incorniciano un quadro impressionista i cui tocchi di colore puro si incastrano nell’incedere lirico a garanzia di una musicalità che non scinde l’approccio visivo da quello contenutistico e stilistico.
Ma ogni lirica di Colangelo è lirica “degli occhi”nella misura in cui la versificazione àncora saldamente  ritmi e scansioni linguistiche alla potenza delle immagini, al dire per “salvare”, nel portentoso circolo temporale di un breve componimento come Vivere:
Fredde fiammelle
di ricordi, rubati
all’oscurità del passato,
di speranze, affidate
alla fragilità del futuro.
(Parma, 28 maggio 2012)
Allo smacco beffardo del tempo umano, si sottrae la dimensione dell’Eterno carezzato nella stesura de L’Angiol d’or ove l’anima inebriata s’india/ e con incedere lieve ed alato,/sfiora l’Eterno, tanto agognato. (Parma, febbario 2013).
Colangelo è “paesologo” e la sua produzione poetica si contorna della sua Lucania che tutto abbraccia e circonda nel frammento della memoria nostalgica. Ma si faccia attenzione, non rinserra i contenuti nella banalità del rimpianto, ma fa di quest’ultimo scaturigine perenne di contenuti ogni volta rivisitati, ogni volta capaci di sussurrare nuove istanze e aperture, nuovi schizzi di un’interiorità profonda che si abbevera e si disseta nelle “sillabe” del fascino arcaico e meraviglioso dell’Appennino lucano.
I calanchi amati dal poeta, si fanno dono nella costante rivisitazione del viscerale rapporto Uomo/Natura da cui Colangelo non svicola mai, ma sempre attinge in una “precipitazione” che concentra nel campionario di umanità tratteggiata, Incontri e visioni da cui non si esce indenni, ma con un bagaglio di sentimenti che sono cifra e patrimonio di ogni Homo sum nel senso pieno e plastico di questa espressione, di ogni anima che identifichi se stessa nell’inattingibile, quanto mai concreto essere uomo sulle vie di Lucania e, per traslato, del mondo.

(Commento di Cristina Raddavero)