Nicola Dal Falco - Marco Forni - "Countedes de paroles" - Istitut Ladin Micurà de Rü - San Martin de Tor 2016

 

Dalla postfazione di Alberto Faustini:
Nicola Dal Falco e Marco Forni si sono inventati le parole d’inciampo: i segni d’un viaggio, le tracce di parole da abitare, da vivere, da ritrovare, da sentire per la prima volta, ma da considerare magicamente sgorgate da un dentro e mai da un fuori. Come se noi, in questo continuo gioco di concetti rovesciati, fossimo le case (Heimat, di nuovo?) e le parole gli abitanti. Le parole prendono consistenza, sapore, odore. E rimandano ad altro: un’altra parola, un altro pensiero, un altro ricordo.


Dall’introduzione di Nicola Dal Falco:
La ragione ultima della corrispondenza che per qualche mese ho scambiato con Marco Forni, scrittore, lessicografo e autore del Dizionario Italiano-Ladino gardenese / Dizioner Ladin de Gherdëina-Talian, edito dall’Istitut Ladin Micurà de Rü, è il fascino per questi libri fuori dimensione, in cui le parole, i loro significati, le radici e i modi di dire sono racchiusi, ma non sigillati. Ringrazio l’amico gardenese per le escursioni tra lunghi elenchi, in cui ritrovare la tensione tra forma, significato e suono. Le lettere da cui dipendono le parole erano in origine immagini. La loro stilizzazione si è evoluta con i progressi del linguaggio al punto che non ci rendiamo quasi più conto dell’iniziale vicinanza con le cose che dovevano rappresentare. Di nuovo, pur scacciata, torna prepotentemente in scena l’immagine che nessuna sillaba può contribuire a ridurre in vincoli. Perciò, a volte, le pagine che ci siamo scambiati divagano, ricordano, non cercano troppo di spiegare. Sono convinto che le parole, proprio perché nascono dalle immagini, prime, inscalfibili signore dell’esperienza umana, mantengano qualcosa dell’aura originaria. Chiamiamola pure magia; certo è che nessuna parola, fino al più consueto avverbio, articolo e preposizione, andrebbe pronunciata con faciloneria. Non sappiamo come essa possa reagire e quali immagini faccia scaturire in chi la ascolta.


Dall’introduzione di Marco Forni:
Le parole sono sempre pronte da usare all’occorrenza. È una sorta di usa e getta; in realtà continuano a stare dentro di noi e nei dizionari. Chi le usa, di solito, non le esamina, ma le pronuncia in modo spontaneo. Non capita spesso di soffermarsi un attimo sull’ascolto di quelle parole e sulle associazioni di vissuto a cui possono essere legate alcune di queste. La proposta dello scrittore ed esploratore di parole Nicola Dal Falco d’incamminarci insieme lungo sentieri disseminati di parole mi ha affascinato e intrigato. Abbiamo iniziato quasi per gioco. Gli ho mandato le prime tre: chiet – silenzio, rujené – parlare, nëif – neve. Dal Falco ha potuto ascoltarle nella versione audio del nostro Dizionario online. Ha iniziato a scrivere e mi ha mandato le sue prime brevi storie. I suoi testi hanno iniziato a sprigionare dentro di me inaspettate scintille. Hanno dischiuso percorsi, in parte, inesplorati, ma che in qualche modo fermentavano, inconsapevoli, dentro di me. Avvertivo l’esigenza per un verso di dovermi attenere alla parola intessuta in una trama – raccontata e scritta – e dall’altro di riprodurre quella orale espressa: affidata alle ali slegate dai legacci d’alfabeti codificati. L’amico di penna mi ha dato carta bianca nella scelta delle parole. La carrellata avrebbe potuto essere un’altra, ma queste 33 + 33 sono alcune di quelle che sono emerse spontaneamente. Si raccontano, abitano dentro di me. Abbiamo rivolto a queste parole uno sguardo incuriosito, a volte affascinato, a tratti anche frivolo. Le abbiamo avvertite come una fantasmagoria di possibilità legate ad accadimenti immaginati o vissuti, quasi in risposta alle domande: «Come suona?», «Che stati d’animo mi procura?», «Che cosa mi ricorda?».