Carla Dolazza: "Il giorno che non c'è" - Solfanelli Editore - Chieti

 

Quando una storia importante, trasversale, forte e delicata ad un tempo, incontra la penna distesa ma palpitante, collocata, come il cuore, al centro di uno spazio tutto suo, non può che nascerne un capolavoro di scrittura che attraversa ogni fibra dell’essere, lasciando il desiderio di ripercorrere quelle pagine lette d’un fiato perché così avvincenti, eppure tanto “conclusive” nella loro apertura allo scenario mutevole della Vita.
Il romanzo di Carla Dolazza lascia un segno e non perché quel segno abbia il destino e la funzione di annoverarsi in un “momento magico” che portano seco gli amanti della lettura, ma perché quello stesso segno è “amante” e “amato” in un percorso profondo se è vero, come vero, che per rinascere ogni giorno alla Vita, è necessario compiere l’operazione del vivere dentro i giorni che ci sono e, soprattutto, dentro quello che “non c’è”.
L’autrice non propone una storia eclatante, ma porge una trama ordinaria: la vicenda di una famiglia australiana. Ma è la figura di Isabel, la roccia dalla quale Carla Dolazza “estrae” cinque diamanti ognuno capace di “brillare” a modo suo anche quando la luce si capovolge nel suo contrario straziante.
Nella normalità di una e più esistenze sgomitano, per farsi largo, le più disparate corazze messe in atto da ciascuno dei protagonisti per difendersi da loro stessi in seguito al debito lasciato in sospeso per ognuno, ricevuto in sorte dal nucleo primario di un’unione il cui spessore e la cui forza viva, passa per gli alti e bassi dei giorni che via via assumono il nome ben più corposo degli anni.
Ma ciò che fa da collante alla storia dall’inizio alla fine è il sentimento dell’Amicizia che lega, su piani temporali diversi, prima Isabel e Babette, poi Jazz e la narratrice. La modalità della lettera rivela tutta la sua efficacia nel dipanare le vicende appartenenti al passato che permea, al presente che, forse, nella vita, non sempre si è consapevoli di vivere e al futuro disegnato nella dimensione dei tempi precedenti senza però esserne dominati o “marchiati”: si tratta  di un tatuaggio impresso sulla pelle per dispiegare nuovi orizzonti, anche quando questi orizzonti saranno dipinti con le tinte fosche di perdite severe.
E’ un dono il libro di Carla Dolazza da “vivere” rispecchiandosi al suo interno, giacché, ci si ritrova nelle vicende dei protagonisti in nome di quella preziosa unicità che fa dire al lettore di aver anche lui sperimentato qualcuna delle situazioni proposte, ed è questo l’indicatore primo che fa di una storia un piccolo grande capolavoro.
Questo è, in ultima istanza,Un giorno che non c’è di Carla Dolazza.

(Commento di Cristina Raddavero)

(“The box was the same which now lies open upon your table.  A key was hung by a silken cord to that carved handle upon the top. We opened it, and the light of the lantern gleamed upon a collection of gems such as I have read of and thought about when I was a little lad at Pershore. It was blinding to look upon them. When we had feasted our eyes we took them all out and made a list of them.
Arthur Ignatius Conan Doyle: The Sign
of the Four”)

               Con queste immagini negli occhi ho attraversato le pagine del nuovo racconto di Carla Dolazza “Il giorno che non c’è” edito da Solfanelli. È  un romanzo, infatti,  che si svela come un tesoro rinchiuso in uno scrigno colmo di perle e di emozioni, di storie che risplendono nella luce dei giorni, di incastri preziosi inanellati nel fluire delle stagioni, di ritratti incorniciati con metalli di pregio.

Già nel suo libro di esordio “La scatola di Eliana”, sempre pubblicato da Solfanelli, si era capito che Carla Dolazza con la scrittura aveva un rapporto privilegiato ma con “Il giorno che non c’è” questo rapporto si intensifica nella maturazione stilistica del pensiero, nel tratteggio e nel chiaroscuro dei personaggi, nell’intensità dell’approfondimento psicologico squarciato, spesso, da improvvisi lampi impressionistici che accendono ribalte scenografiche di non consueta efficacia narrativa.  

In sé il racconto è la storia di una famiglia e, come in tutte le famiglie, s’incrociano vite, illusioni, sogni e fatiche quotidiane. I rapporti ora si sfilacciano e ora s’intensificano, oscillano momenti e respiri; dentro  una famiglia ci siamo tutti noi con i nostri ricordi e le nostre speranze, le nostre delusioni e le nostre follie, i nostri viaggi e le nostre abitudini. Il papà, irascibile, a volte violento, a volte tenerissimo; sempre alle prese con i conti per far quadrare il bilancio di casa, frantumato nel profondo del cuore dal tradimento del suo amico socio in affari. La mamma; una mamma con il volto di tante mamme; si barcamena tra sei figli e le faccende domestiche; ha perso smalto e amore, vive il suo tran tran sognando per i figli quello splendido futuro che a lei non è stato permesso. Ma i figli sono figli, crescono e se ne vanno; nel tempo anche loro vedono sfumare le loro illusioni nel confronto quotidiano dell’esistenza, però l’attraversano con l’affetto di chi, tra le pareti domestiche, conosce nel profondo cosa vuol dire crescere insieme e condividere l’essere uniti. Un cemento forte non ne sgretola i rapporti anche quando le più tragiche vicende della vita soffiano sul loro cammino. E poi c’è Babette; Babette è la parte più oscura e controversa, Babette è l’esagerazione del vivere e della solitudine mai confessata; Babette è l’amica che della vita conosce tutto ciò che non ha avuto: ubriaca, con la coppa di champagne in mano, inciampa sulle scale e in un soffio lascia tutto ciò che ha saputo costruire con la sua apparente esuberanza, cioè nulla di nulla. Forse Babette non è neppure inciampata.

Il racconto si dipana in un intreccio di cronaca, flashback e memorie epistolari dove, nel vibrare magico della luce e dei colori, l’armonico succedersi delle stagioni naufraga nell’impietoso oceano del Tempo che passa e trasforma. Ecco, allora, che quella che potrebbe essere una saga familiare diventa storia nostra, la viviamo dentro, ne percepiamo gli attimi e il respiro. Anche noi siamo il Tempo che ci trascina dentro il segmento della vita regalandoci l’emozione di stupirci per un viaggio a Parigi o a Roma o a New York, oppure la forza di sdegnarci e soffrire per l’albero imprigionato senza diritto all’aria, alla luce e al vento dell’ Old Gum Tree Café. Anche noi sappiamo cosa significhi rovistare nei ricordi quando basta una sola impronta sulla copertina del vecchio Long Playing per ritrovare tutto ciò che di noi stessi abbiamo lasciato - o conservato? - nel cuore della memoria.

Come Jonathan Small nel racconto di Conan Doyle, ho aperto lo scrigno de “Il giorno che non c’è” e sono rimasto affascinato dal tesoro narrativo che vi ho trovato; un testo compatto e avvincente, con descrizioni splendide che accompagnano la lettura e ne illuminano i contorni.  I protagonisti sono personaggi veri, quotidiani vicini di casa che non si dimenticano perché contengono lo spessore e la credibilità dell’esistenza, non sembrano neppure troppo inventati e, a lettura ultimata, lasciano  un senso di abbandono e si vorrebbero trattenere ancora dentro di noi per non sentirne la mancanza.

(“Il cofanetto era lo stesso che giaceva sulla tavola. La chiave era appesa con un cordone di seta alla maniglia intarsiata che stava in alto. Noi l’aprimmo e la luce della lanterna brillò sopra una miriade  di perle esattamente come avevo sentito raccontare e avevo immaginato quando ero un ragazzo a Pershore. Era accecante guardarle. Dopo esserci deliziati gli occhi a quella vista, le raccogliemmo tutte e cominciammo a fare un inventario”.
Arthur Ignatius Conan Doyle: Il Segno dei Quattro)

(Pier Luigi Coda)