Diego Figini: "Le Storie della Quercia" - Aletti editore

       Premessa
Il romanzo che ci accingiamo a presentare questa sera necessita di quella naturale, quasi fisiologica premessa secondo la quale è il territorio a “fare” lo scrittore, piuttosto del contrario giacché con il libro di Diego entriamo in una dimensione nota, vissuta, conosciuta che delimita il tessuto narrativo in cui si muovono i protagonisti della storia.
Di primo acchito sembrerebbe una limitazione per la semplice ragione che il romanzo ha raggiunto, raggiunge, raggiungerà anche lettori lontani geograficamente dai luoghi descritti dall’autore, lettori che possono tranquillamente non aver mai sentito parlare della Valle Borbera e della Valle Spinti, che non conoscono i contorni del monte Ebro e del monte Tobbio, che non hanno mai sentito parlare della masseria delle Caselle.
Eppure, qui si innesta la vicenda narrata e come in ogni storia che si rispetti, il lettore avrà modo di “fare suo” tutto di quella storia e dunque anche i luoghi oltre che i personaggi. Se già li conosce e vi si rispecchia, avrà la possibilità di vederli sapientemente descritti con dovizia di particolari e rinnovare il proprio sguardo come davanti ad un dipinto mille volte guardato e che ancora saprà creare suggestioni profonde; se invece, sarà la prima volta, avrà modo di trovarsi innanzi fotografie “parlate” che potranno suggerire l’idea di una visita per scoprire la magia racchiusa in quel lembo di Appennino ligure-piemontese che è stato scenario attivo e vivo durante le varie fasi della Storia. In particolare l’avvicendarsi del secondo conflitto mondiale, le conseguenze tragiche della lotta partigiana, della fine della guerra, dei delicati equilibri che si chiede di instaurare a coloro che hanno vissuto sulla propria pelle le tragedie umane che soltanto la guerra può portare con i corollari della miseria, della fame, della povertà  (pag. 9). Un equilibrio in bilico sino alla fine, forse raggiunto, forse no. Forse trovato da alcuni, forse sognato da altri, forse vissuto senza esserne appieno consapevoli, trascinando in un interrogativo costante le vite di Sandro, di Miriam, di Lupo, di tutti coloro che Diego ha fatto vivere di vita propria dentro le pagine di una storia dalle molteplici tinte e sfaccettature.

Premessa dovuta che ci serve per entrare nel vivo del romanzo, una volta varcatane la soglia di ingresso.

Il romanzo
Non conosco Diego, per cui Le Storie della Quercia rappresentano per me il suo biglietto da visita. Questo perché un libro è una creatura di chi scrive e, al di là della finzione letteraria, al di là della quantità di “vero” e non vero che vi si attinge, oltre la trama, oltre la cornice narrativa, oltre l’atto stesso della scrittura vi si può capire e carpire qualcosa, qualche informazione, qualche segnale di colui che ha messo mano all’opera.
Con Le Storie della Quercia siamo sul confine assai poco tracciabile tra racconto lungo e romanzo breve. Questo ne fa un libro godibile, facilmente leggibile. Si arriva presto alla fine, vi si arriva presto sia per gli amanti della lettura, sia per coloro che frequentano il mondo-libro in maniera sporadica. Si arriva presto al finale perché Diego sa creare la giusta tensione narrativa mescolando le vite dei personaggi, i drammi storici dell’Italia del dopoguerra, le descrizioni paesaggistiche in un unicum che lo porta direttamente sul filone letterario di una grande penna che non può non ricordare quella di Grazia Deledda, della saga famigliare, della capacità da parte del protagonista di essere perno attorno al quale far ruotare la vicenda narrata.
Differente l’ambientazione scenica, là c’era la Sardegna, qui la nostra valle e il Piemonte. Ma medesimo l’afflato narrativo, similari le scelte stilistiche tutte calibrate tra paesaggio esteriore e dinamiche intimistiche che sposano scenari di albe, mattini pieni, giornate allo zenit, crepuscoli e notturni all’unisono con gli stati d’animo dei personaggi cui Diego dà vita (pag.25-26).
I colori giocano un ruolo decisivo nella stesura di questa storia.
Si entra in quadro “divisionista” alla maniera de Il Quarto Stato di Pelizza da Volpedo. Non è un caso che leggendo, sembrano essere i toni dell’ocra a dominare la masseria delle Caselle. Toni polverosi, nell’afa estiva ove si consumano indicibili fatiche contadine, ove l’oro dei campi sottratti alla natura e ai rovi restituisce visioni di sudato lavoro portato al limite dell’umana comprensione se, in un certo momento della storia, vittima di quel lavoro e di quella fatica sarà una donna che pagherà un prezzo altissimo per essersi consegnata al giallo dei campi e all’erba da tagliare (pagg. 18-19).
Così dentro quella tinta calda dell’ocra e della terra, dentro le estati trascorse alle Caselle si muove il nipote di Sandro e Miriam: Enrico, un ragazzino di città, il figlio della sorella di Miriam, Paola, colei che ha scelto la cesura con la propria terra per andare incontro alle comodità che promette il boom economico.
Enrico è lo scampolo in carne e ossa del sogno di Miriam (pagg. 13-14). Il filo rosso, il filo che lega le fantasticherie della donna alla realtà nuova e lontana della città in un continuo rimpianto per ciò che non è, direzionando ogni suo sentire verso il mondo urbano così fascinoso e ammaliante, così poco privo di eco per Sandro.
Enrico vive una prima esperienza durante le vacanze estive nel mondo rurale delle Caselle. Qui avrà modo di conoscere il cugino Luca, figlio di Lucia, l’altra sorella di Miriam che vive al paese. E a questa ne seguiranno altre, seguiranno numerose estati calde e gialle di sole in quello scenario tanto diverso dalla città e all’interno di questa cornice, Enrico farà una scoperta su se stesso che lo destabilizzerà, gli renderà consapevolezza della suo segreto depositario della quale sarà la grande quercia delle Caselle.
Il tormento del giovane Enrico traghetterà attraverso la quercia, il  “confessionale” dello zio Sandro che andrà ammassando i giorni, tutti uguali, tutti diversi proprio a ridosso del possente albero interlocutore prediletto del contadino tanto da sostituirsi progressivamente e in maniera definitiva a qualunque forma di dialogo con la propria moglie.
La trama si fa fitta, ora arrotolandosi su stessa con l’uso del flashback ora snodandosi nei passaggi temporali che vedono battere i cuori dei protagonisti, tutti partecipi di storie e segreti incapaci di condividere se non con il maestoso albero della masseria.
E qui, la chiave di lettura, porta dritti alla considerazione che, credo resti, il punto nodale del romanzo.
Le Storie della Quercia sono storie colme fino all’orlo di silenzio, di mutismo. E dunque se dal punto di vista narrativo, la struttura dialogica c’è, perché ci sono le battute, c’è il discorso diretto, manca la capacità da parte dei protagonisti di “aprirsi” al dialogo. Tutto si rinserra nella scarsa fiducia di Sandro, Miriam, Lupo, Enrico verso un qualsivoglia interlocutore reale, tanto che quello privilegiato, a pensarci bene, non è la grande quercia e pur ammesso che lo sia, questa altro non è che lo specchio ne quale si riflettono i personaggi.
Ai piedi della quercia si srotola la matassa di monologhi fatti di domande spesso destinate a restare senza risposta gettando nello scompiglio interiore ciascuno dei protagonisti. E se anche le risposte arrivano, non è detto che siano la chiave risolutiva dei problemi.
Miriam ad esempio troverà la sua risposta elaborando una strategia che non farà altro che chiudere ancora di più Sandro nel suo silenzio (pag. 64)
In particolare sullo sfondo di ciascuna storia, vive e pulsa proprio quella di Sandro che “invecchia” “dentro”, nel susseguirsi delle sue giornate senza voler adeguarsi alle nuove realtà che si delineano per le persone che lo circondano e che dominano lo scenario sociale ed economico che è in fermento nell’Italia tutta, ma non alla sua masseria.
Qui, sul finire del romanzo assumono un ruolo decisivo, Lupo e Luca. Figure che verranno tratteggiate fino all’ultimo come discrimine della scelta ultima di Sandro in un tam tam che gli farà aprire gli occhi nella consapevolezza che si può cambiare vita, ci si può lasciare alle spalle il passato per andare incontro al futuro.
Diego è abile nel mantenere viva la tensione narrativa, rendendo, dal punto di vista stilistico, la concitazione di momenti vissuti da Sandro che riesce a prendere, nel giro di poco tempo, decisioni che non era stato in grado di prendere per molti anni.
Le ultime parti del romanzo sembrano comporre i pezzi del puzzle che all’inizio erano rovesciati a casaccio sul tavolo dell’esistenza di Sandro. Si percepisce la sua forte motivazione a superare finalmente se stesso, mettere a posto i pezzi di una vita vissuta all’insegna del silenzio, ma è un’illusione di breve durata.
Sandro, ancora una volta, ha fatto tutto da solo.
Le Storie della Quercia non fanno sconti.
Non li fanno perché credo siano il risultato di un percorso che non ha mai smarrito, durante la narrazione, il punto di partenza. Sandro e Lupo sono due vittime, vittime della guerra e dei traumi indelebili che lascia sulla pelle e dentro l’anima di chi, come loro, la guerra l’ha vissuta. Dalla guerra, dalle guerre se si sopravvive, non si esce indenni.
A noi cosa resta? Cosa può restare?
La consapevolezza, la presa di coscienza di tematiche che formano un tutt’uno con l’esistenza.
Personalmente a me è rimasta la sensazione della piccolezza umana, della sua fragilità, di contro alla Natura che non cambia mai e che forse per questo, assume per Sandro e tutti gli altri la capacità di essere faro, qualcosa di saldo nelle tempeste della vita.
Cambiano i volti, si susseguono gli anni,  ma non cambia l’Ebro, non cambia il Tobbio, Vignole è sempre Vignole,  vi sono mutamenti ineluttabili dovuti al meccanismo antropico che modifica il paesaggio, ma la Natura resta lei.
La quercia è lì, a testimoniare di essere presenza silenziosa, consolatoria e liberatoria.
Senza la quercia, non ci sarebbe nessuna “confessione”  da parte dei personaggi.
Avvicinatevi a questo romanzo con curiosità che rimane la molla della vita, così, in qualche modo, vi avvicinerete al suo autore.
Concludo con due citazioni di Francois Muriac che mi sono molto care e che trovo calzino a pennello sia per il libro che per Diego autore.
 La prima dice così: Ogni dramma inventato riflette un dramma che non si inventa
La seconda riguarda direttamente lo scrittore, la sua condizione:
Uno scrittore è essenzialmente un uomo che non si rassegna alla solitudine.
Sono convinta che siano i due poli attorno ai quali Diego ha compiuto il suo viaggio lungo la strada della parola scritta
.


(Commento di Cristina Raddavero)