Enrico Marià: "I figli dei cani" - Puntoacapo Editore

 

E tu, bastardo, faccia di cane…
(Iliade, libro XI)

Si sa dunque da un tempo assai remoto quanto il riferimento al migliore amico dell’uomo rechi in sé l’ambivalenza che nel caso dell’ultimo poderoso lavoro di Enrico, ne fa addirittura il titolo.

Lasciando, d’altro canto, un attimo in sospeso, il discorso squisitamente stilistico e formale, concentrando lo strepito dell’emozione sul contenuto, qui dentro c’è la storia di una obsidio, con tanto di sangue, ferite, strazi, rumori e morti.

Marià da buon assediato e libero ad un tempo, scioglie la “carneficina” in canto e condensa nei versi la protervia del tempo dato in affitto ai giorni:

Che mi illudo di destino
la schizofrenia inaiutabile
che se mi ripari una parte
si strappa l’altra
colare livido la credenza
io – la ringhiera altare.

E si sa che la vita è coperta che ti lascia scoperti i piedi. L’andare di Marià per il mondo chiuso dentro una vena che pulsa sangue e amore. E l’amore è il mondo e uno, è un cane ramingo che attraversa il vero e le sue illusioni per tornare dall’illusione al vero nel recupero del sogno dentro i versi nella pagine.

Un farsi tridimensione, un intrepretare il geroglifico glorioso del respiro che ci fa tutti figli dei cani, ognuno col proprio pelo e la propria razza, la migliore bastarda. E si sa, la parola cane non morde…

Dicevo sciogliersi in canto e scegliere il cantare nella presa degli ultimi che saranno i primi.

Questo lo dice la poesia di Marià, voce di un Infinito sporco di tanti finiti declinati nelle liriche di un respiro corto, mozzato, aritmico. Questa la sfida di Enrico.

Il lettore la faccia propria.