Alessandra Paganardi: "La regola dell'orizzonte" - Puntoacapo

 

Bisogna avere cura anche del nero…

Perché la gioia possa davvero camminare sulle labbra, nella materia del poiein deve accadere che il nero cada dal calamaio del mondo e rovesci sulla bocca la sua Necessità.

Allora la regola si applica nell’inghiottitoio degli occhi per i quali l’orizzonte, kyklos, è oscurato dal cemento che corteggia la campagna e si fa un canto di pietra.

Alessandra Paganardi rende l’orizzonte cibo insaziato, famelica linea lungo la quale le visuali sono tangenti alla fatica incandescente/dei tramonti nel chiuso di un solstizio.

La regola di Paganardi è ad un tempo eccezione nella dimensionalità di una parola attentamente cercata, scaturigine di affondi che come lame tagliano la linea-verso e ad un tempo “salgono” ogni ipotetico scalino per trasmutare il concetto stesso di distanza e dunque una ricollocazione continua dell’orizzonte.

La densità contenutistica si snoda in un verseggio più libero rispetto alla precedente produzione di Alessandra per “appoggiare” il proprio sentire su quello di voci (Paul Celan, Ingeborg Bachmann, Antonia Pozzi, Alejandra Pizarnik ecc.) che sono state ascoltate a lungo, a lungo meditate.

Allora si ha tutto il diritto di andarsene nel bel mezzo della festa per concepire un’apologia del buio e della notte nell’affiorare del contingente in cui non si è previsti, ma invischiati fino alla gola e alla sottrazione di un respiro che scalpita nell’ansa di un verso assonante e ragionato.

Questa la regola, l’immagine-linea di un orizzonte che siamo forse in grado di approcciare per quello che è e che Alessandra ci ha donato ben consapevole dell’atto compiuto: l’orlo scuro del grigio che frastaglia l’irragionevolezza che noi umani sappiamo pro-vocare.

(Nota critica di Cristina Raddavero)