Cristina Raddavero - "La firma dell'acqua - Poesie"- Puntoacapo editore

Conosco Cristina Raddavero da molti anni, da quando ancora non aveva espresso il suo talento letterario. All’epoca “rifiutava” la consapevolezza di poter “fare poesia”,  anzi, scacciava con ostinazione ogni possibilità, ogni allusione.  Tuttavia, nel suo modo raffigurativo e immediato d’esprimersi, avevo intuito qualcosa di segreto e la invitai a “buttar giù” qualche verso. Restai subito sorpreso per l’inconsueta  immediatezza della metafora, dell’iter lessicale che sottende l’espressione versificata del pensiero. Ma lei, sempre ostinata, volle eliminare ogni tentativo lirico: “ Non sono un poeta, la poesia non è affare mio”. Così l’urgenza del narrare che custodiva nel suo animo si riversò nella narrativa e nacquero testi importanti, racconti arpionati nelle rocce friabili e nelle faggete dell’Antola e della Val Borbera: memorie, fatti, crocevia tra passato e presente.
                Ma le cose nella vita spesso sfuggono di mano. Cristina come scrittrice è entrata in contatto con alcuni poeti; ha incominciato a recensire le loro opere con una capacità introspettiva non comune e diversi poeti si sono affidati a lei, non solo per un commento o per una presentazione, ma per confrontarsi e verificarsi sulla selezione e sulla qualità letteraria delle loro opere in fase di pubblicazione. A farla breve, in pochi anni Cristina ha saputo imporsi come riferimento affidabile e convincente per molti autori.
                Forse da queste frequentazioni è nata in lei la convinzione di poter dire la sua anche in campo poetico. Certamente si è trattato di un percorso di maturazione studiato e soppesato giorno per giorno, probabilmente anche con fatica, dubbi e perplessità. Ma oggi la sua prima raccolta in versi “  La firma dell’acqua” la ripaga ampiamente da ogni dubbio, da ogni perplessità, da ogni fatica. In questa silloge di una trentina di poesie s’intravedono le stesse tematiche della sua narrazione come se fosse un naturale completamento della sua complessa e sempre interessante personalità artistica: la memoria, la terra i confini tra l’io e il perimetro geografico  in cui i fatti della vita colorano un universo di sogni e d’immagini.
                Se, nei suoi racconti, protagonista è la Val Borbera, nella “Firma dell’acqua” Cristina Raddavero recupera l’ancestralità di alcune sue origini esplorando il Ponente della Liguria: Borgomaro, Riva, Sanremo, il Poggio. E la terra dei fratelli Ruffini, di Pastonchi, di Boine e Laurana non poteva trovare un’ interprete di miglior affidabilità letteraria. È poesia catturata negli attimi del tempo, negli scorci quotidiani del vivere, nell’occasionalità  dell’esistenza. Non è certamente più la Liguria delle muraglie con i cocci di bottiglia, né quella dove il mare schiacciava la terra contro le asperità e il sudore della montagna o degli scaldini di sansa per difendersi dal freddo del  Libeccio.  Quella non esiste quasi più, è stata trasformata, cancellata per sempre; perfino la tomba di Pastonchi a Riva Ligure è stata nascosta sotto le panche della chiesa in cui è sepolto. Non sono rimaste che poche tracce.
                Ma ecco che nei versi di Cristina riappare la “nuova” Liguria, non meno amata, non meno simbolizzata, non meno pensata. È la Liguria moderna del turismo e del tempo che scorre veloce come una vacanza d’agosto o una galoppata sulla ciclabile. In questi frammenti si dilatano appunti e significati: il tedesco in ciabatte, la statua di Mike Bongiorno, il gelato dopo una giornata sulla spiaggia, la sosta trattoria, il sole sopra le tamerici. Il paesaggio, per quanto maramaldeggiato, è confidente, non ostico; si apre alle prospettive del contemporaneo e, in questa cattura d’immagini,  Cristina è bravissima e la sua poesia diviene narrazione, soffio di vita, testimonianza d’epoca e taccuino della memoria.

(Commento di Pier Luigi Coda)

Conosco Cristina da sempre, condivido una parte delle sue radici, l’ho vista nascere fisicamente...e poi come scrittrice.
Ho letto con molto interesse e grande emozione i suoi romanzi, accomunati da un filo conduttore: ricordare le radici, raccogliere e conservare il passato. Lo ha fatto attraverso temi apparentemente diversi, che partono da  elementi e da fatti strettamente personali e spesso autobiografici, ma che sempre si rivelano assolutamente trasversali e perciò ampiamente condivisibili. La storia di un paese dell’alessandrino, che con tragica sofferenza si è svuotato in cerca di una vita migliore, può essere trasferita ovunque. I ricordi della sua fanciullezza con i colori delle matite, i racconti dei nonni, i giochi liberi dei bambini, il sapore delle caramelle che il bottegaio le regalava, trovano eco nei ricordi di molti. Cristina non è certamente l’unica ad essersi chiesta come e perché il paese delle proprie radici sia nato proprio lì; per lei da questo interrogativo è nata la curiosità di cercarne l’origine nei tempi remoti, partendo da piccoli resti ormai quasi totalmente riassorbiti dalla natura, considerando storia e territorio e lasciando poi volare la fantasia. Nel racconto ha inserito vecchie espressioni dialettali, per salvare anche quelle. Senza demonizzare le tecniche virtuali ha raccontato un immaginario campeggio al chiaro di luna per ripescare il valore della matita, il cui magico incontro con la carta è  ricco di infinite sfumature che lo rendono ineguagliabile.
Ogni volta sembra un’altra storia, ma c’è sempre qualcosa da ritrovare, da conservare.
Più recentemente risponde alla propria urgenza creativa anche attraverso un’altra forma letteraria, la poesia. La raccolta “La firma dell’acqua “ non è la sua prima esperienza in questo genere, ma è quella che si pone in continuità con la sua precedente narrativa. Cristina, in omaggio ad un ramo  delle proprie radici, viaggia con la penna nella nostra Liguria, alla quale è legata non solo dal DNA. Ci propone una serie di poesie profondamente autobiografiche, nelle quali possiamo trovare e riconoscere luoghi nostri ai quali è costantemente tornata perché li sente profondamente come  suoi.
Percorre ed accarezza questa terra insistendo su termini ricorrenti che ne raccontano la  natura e la storia, lasciando chiaramente trasparire un forte legame con essa ed un’evidente nostalgia del passato. Attraverso nomi di strade e di persone, immagini e sensazioni, sapori e profumi, lascia riaffiorare  ricordi ed affetti che risvegliano subito i nostri. I versi scorrono con una metrica libera, che segue il ritmo dei ricordi e delle emozioni, con poca punteggiatura per andare liberamente dove la porta il cuore; a volte sono sciolti e rapidi come un torrente in discesa, spesso diventano ermetici con pause e deviazioni improvvise, come succede quando il pensiero scappa dove il cuore batte...o il dente duole.
Fondamentali e ricorrenti gli elementi naturali, il sole, la sabbia, il verde, l’acqua,.  “E c’è sempre il mare c’è ancora il mare” scrive Cristina… C’è molto anche il sale, che appare quasi in tutte le poesie, forse ad indicare i tanti sapori della vita che il tempo non cancella.

(Commento di Mariangela Amoretti)

 

Cristina Raddavero - "Autra da chi"
Audax Editrice- 2016, Moggio Udinese (Udine)

 

Miniatura del Tempo

Una miniatura elegante e “perfetta”, nel senso etimologico di “pienamente conclusa” è l’immagine associabile ad Autra da chi di Cristina Raddavero. Romanzo breve o racconto lungo-se vogliamo- che manifesta nella sua trama, appunto, la perfezione della circolarità in cui si incastona, come una gemma, l’anima di una parte di Appennino, lungo il Giro delle 12 fontane, sospeso tra realtà, storia e leggenda .
Una miniatura precisa, puntuale con uno stile così pulito, essenziale e molto curato che ogni parola anche dialettale, ogni descrizione, ogni gesto dei personaggi risultano fotografici e catapultano subito il lettore in quella “densa coltre di umidità” che accompagna dal presente del racconto-cornice al passato di un Medioevo cupo, freddo, rozzo ma nel contempo brulicante di un’ansia vitale di perpetuarsi attraverso la trasmissione della cultura, del sapere.
La luna illumina sempre in questa oscurità con il suo volto che prende forma umana in Fulgenza/Genzina, la/le protagoniste del Tempo della storia, inquiete ed inquietanti come lo è la forza della scrittura. Ci seguono e non ci lasciano, neppure quando si chiude il libro, con il “fuoco” dei loro capelli e quell’iride “una di colore verde, come le querce, l’altra giallognola d’un bagliore a metà tra quello fulgido del sole e quello pallido, ma non meno sfavillante della luna”. Stregati ed ammaliati come i corrispettivi maschili della vicenda, seguiamo il lento e dosato sviluppo della trama che, in crescendo, accelera sino al finale sorprendende,per poi nuovamente quietarsi  proprio come il sentiero montano lungo il quale si snoda e si fondono Aria/Terra Acqua e Fuoco: quegli elementi naturali che sono anche l’essenza dei personaggi e, in fondo, dell’ essere umano.
E’ intrinseca la simbologia del cammino, del legame alla terra: siamo protesi verso la sommità della vetta, ristorati dall’acqua, fonte di vita, e in lotta contro la Morte, la distruzione purificatrice e, nel contempo, vivificatrice del fuoco. Nel Giro delle 12 fontane “perdersi” per ritrovarsi; punto di inizio e di fine, quadrante di un orologio dal quale non sfuggiamo, dove il Tempo si dilata e acquista senso solo l’atto di attraversarlo, come fosse un ponte e noi stessi un tentativo, una transazione, un ponte stretto e pericoloso tra la natura e lo spirito.
(Commento di
  Valeria Borsa)

 



“Val Borbera? Mai sentita nominare… e dove si trova?”

Allora devi spiegare che in Val Borbera ci si arriva da Genova o da Alessandria o da Pavia, oppure ancora da Piacenza. Poi devi costeggiare il torrente e scendere a valle, oppure devi inerpicarti  su per il monte Bossola o l’Ebro percorrendo stradine sconnesse tra boschi di roveri e di castagni, tra colori intensi d’aria limpida e nuvole calde, bellissime, gonfie di sole. Qui è il profumo del tempo, o meglio, l’immobile solennità del tempo che attraversa tutte le stagioni e si perde tra le casupole di piccole frazioni ormai quasi completamente abbandonate: le due Dove, Teo, Casalbusone, Cerendero, Cosola, Gordena, Daglio, …

Ed è qui, tra questi impasti di sudori e fatiche, dove la storia lascia molti rimpianti, che Cristina Raddavero abbraccia le memorie della sua terra con il suo ultimo racconto: “Autra da chi”. E dico subito che Piuzzo, il paese dove è ambientato, non poteva ricevere un abbraccio più forte e più tenero.
Per me non è facile parlare delle opere letterarie di Cristina Raddavero; la conosco da molti anni, è una delle più autorevoli collaboratrici di Dictamundi, abbiamo radici territoriali e linguistiche comuni; ho sempre la sensazione che il mio giudizio, per quello che potrebbe valere, lasci il dubbio che sia inficiato da una “salottiera” complicità, dalla solita strizzatina d’occhi che vanifica l’imparzialità e l’onestà di opinione.
Ma non è così, Cristina Raddavero ha scritto un racconto molto bello, compatto e convincente. Un racconto  che deve essere letto e diffuso perché il percorso narrativo si mantiene sempre alto e robusto e dove spesso squarciano inattese  immagini di luminosa poesia.

La trama affonda nell’immutabile dei secoli come riproposta e dolente riflessione  di un’attualità ancora incompiuta; partiamo dal Basso Medioevo e ci si accorge d’essere ancora inchiodati lì; tra protervie sociali e familiari, tra prepotenze pubbliche e private; soverchierie, ricatti, malversazioni sempre sul più debole, sopra la mitezza degli animi. L’amore, latente,  è sempre cercato ma non trova mai spazi dove concimarsi e nutrirsi. Ecco, dunque, che la storia s’incupisce negli oscuri presagi della tragedia (allora) o nell’acquiescente routine del quotidiano (adesso); si dipana dentro i gangli del tempo come una ragno che distende la sua tela in attesa della preda; sì, in tutta la storia c’è l’agguato del tempo, il sussurro timbrico del thriller che avvolge il lettore senza lasciargli alcun spiraglio di fuga, lo cattura e lo afferra col dominio della parola giusta, della frase scolpita in un momento di roccia.

La parola…, e qui si apre la tematica del lessico. Cristina Raddavero ha saputo compiere il sortilegio d’ incastrare nel tessuto narrativo la terminologia dialettale della Valle, l’antico linguaggio dell’Oltre Giogo genovese,  che ormai sta scomparendo. E lo dico con accorato personale rammarico, perché è anche il linguaggio dei mie avi materni e riscoprire certi termini desueti e abbandonati nella mia memoria ha costituito un tuffo rigeneratore d’aria scintillante. Nel contesto della frase,  Cristina Raddavero  usa questi termini con eleganza e sapienza; non appesantisce la filigrana narrativa, direi, piuttosto, che la contorna e la insaporisce con il vigore speziato di una necessaria alchimia letteraria. Forse senza volerlo, costruisce (o inventa?) un prezioso museo etnografico di oggetti della tradizione contadina, non già sepolti sotto cumuli di polvere stantia  come spesso succede,  ma appesi, necessari e vitali, alle pagine del racconto. E così ritroviamo le lesee per trasportare il fieno, le case per attingere l’acqua dal secchio, la msuia per falciare l’erxi dei prati vicino alle cioghende…  Indubbiamente il frazionamento dell’Alta Val Borbera, tra Spinola, Fieschi e Doria ha prodotto un altrettanto vasto frazionamento linguistico  e parole con la stessa radice etimologica hanno pronuncia e accentuazioni  diverse tra le stesse frazioni di uno stesso comune… Autra da chi (lontano, più in là di qui) sul Bossola  si sarebbe pronunciato Otra da chi; ma Autra da chi (o Otra da chi ) è sempre un cercare oltre, più a fondo, più lontano, forse tra vestigia storiche dissepolte dai secoli o, forse, tra gli abissi dell’animo dove basta un nulla, uno sguardo, un pensiero fuggevole per farci capire quanto l’uomo sia fragile e sgomento di fronte agli improvvisi frammenti che attraversano la vita.

Per energia narrativa e limpidezza di affabulazione, ritengo Autra da chi il miglior racconto di Cristina Raddavero, e credo che la stessa Autrice lo consideri tale. Non me ne aveva mai parlato durante la progettualità e l’elaborazione, mi diceva solo che stava lavorando con impegno su qualcosa che la coinvolgeva totalmente e le consumava energie emotive. “Un racconto su Piuzzo”, si limitava a dirmi laconicamente, “un racconto di Valle e Territorio”. Ed è vero; Autra da chi  è un racconto di Valle, di Territorio e Paese, ma esce dalla Valle, dal Territorio e dal Paese per sconfinare nelle geografie più profonde dell’anima. All’interno c’è vita, amore, dolore…, il palpito dell’esistenza soffia tra le pagine del libro come la carezza del vento  tra le foglie dei noccioleti sulle sommità del Bossola o dell’Ebro.
(Commento di Pier Luigi Coda)

Leggi in pdf l'intervista di Cristina Raddavero rilasciata a Tortona.it del 29 febbraio 2016

William Faulkner diceva che il racconto è dopo la poesia il genere più impegnativo. Nel caso di Cristina Raddavero con Autra da chi si tratta proprio di un racconto lungo piuttosto che un romanzo breve, sia per la particolare prosa altamente connotativa dalle intense vibrazioni poetiche, sia per l’impianto strutturale che vede un ristretto numero di personaggi agenti su un tempo che ha una grande valenza psicologica (presente ed epoca medioevale). Pavese ricorda ne Il mestiere di vivere che creare è stilizzare, ricercare cioè un ritmo, simmetrie e cadenze sotto le cose e i fatti della realtà esterna. E il racconto della Raddavero ha un ritmo magico, spesso franto, con frasi brevi, paratattiche che scandiscono un ruscellare di immagini dalla prorompente forza evocativa. Il titolo in dialetto Autra da chi (Per di qua) – una locuzione di luogo – connota il senso di una quête metafisica, nell’intarsio di tempi dell’anima.
La prosa della scrittrice avvince il lettore nel suo periodare armonioso e pieno di fascino, di tanto in tanto rischiarato dal bagliore improvviso di una similitudine o metafora.  Esemplare a questo proposito è la scena di Genzina e Fiore sotto la furia di Augusta, madre del piccolo e cognata della ragazza: «Inginocchiata davanti a Fiore c'era adesso una macchia scura dai contorni indistinti in cui strisce rosso-arancio della chioma tentavano di far capolino nello stanzone come raggi del sole tenuti in ostaggio da una nuvola grigia.»
La prima parte del racconto conduce il lettore in una dimensione favolosa, in un’aura di  mistero e di arcane sensazioni. Poi la vicenda cambia tempi e personaggi e si snoda in un medioevo monacale, rievocato con magistrale competenza e bellezza. Il paesaggio che fa da sfondo alle due storie perfettamente intrecciate è sempre lo stesso: quello del giro delle “dodici fontane” il tratto di Appenino che «come una cerniera bacia Piemonte e Liguria». I due personaggi  tra cui scocca una scintilla di amorosi sensi sono la giovane guida Gilda e l’anziano professore Goffredo. La donna è una sorta di eterno femminino che rimanda alla Genzina della seconda parte del racconto incentrato sulla storia del monastero di  Sòusò. La giovane ha i capelli rossi, occhi  di due colori: verde scuro e giallognolo.  Una figura  quasi botticelliana, all'insegna di una bellezza aspra e campagnola... Nel racconto il colore svolge un ruolo simbolico ed è spesso suggerito da originali similitudini.
Genzina è quasi un alter ego di Gilda. Tra lutti familiare incomprensioni e violenze la fanciulla si dedica alla bellezza della scrittura sotto la guida del monaco Giacomo, che da bambina l'aveva presa sotto le sue ali protettrici.  Nel finale si scatena la furia violenta di Fabio, fratello di Genzina; egli  appicca il fuoco al cenobio e lo  rade al suolo. Così tutto quel concentrato di fulgore e spiritualità se ne va in fumo.  Ma la bellezza aleggia eterna e ritorna nel finale dove la cornice adempie il suo compito di riportarci al presente: Gilda è decisa ad andarsene autra da chi «rimanendo fedele a se stessa  e alla Bellezza». Non troviamo qui un'eco dei versi della Dickinson: «Giovinetto di Atene  / sii fedele / a te stesso / e al mistero — / tutto il resto è tradimento—.»?
Restano da fare alcune considerazioni sulle parole in dialetto di Piuzzo che la  scrittrice ha inserito  nella narrazione: esse aggiungono un bagliore connotativo nella descrizione delle varie scene ed emanano un'aura ancestrale, arcana... Per esempio la  viarsa (da noi è sciarbora, viarbra in torinese, vitalba in italiano),  è descritta dalla Raddavero  con precisione meticolosa nelle sue metamorfosi stagionali: «nonostante la stagione morta che ne regalava pennacchi bianchi e setosi». Molto evocativa la scena in cui è inserita la voce cagna da stiva (in piemontese  sbluva, faravòsca  e da noi scarabruša): «Agli occhi di Fiore non c'era nulla di più magico di quello spettacolo meraviglioso».Anche la lesa (slitta) accomuna la fatica dei contadini degli Appennini a quella della nostre Alpi. Era un semplice mezzo di trasporto, provvisto di sci, costruito in legno, ed usato d'inverno per trasportare a valle il fieno, falciato ed ammucchiato in estate.
Il racconto, dunque, magicamente giocato in una dimensione poetica e spirituale, è straordinariamente ricco e variegato dal punto di vista linguistico.  Il percorso delle “dodici fontane” sui monti dell'Appennino diviene una sorta di viaggio nella profondità dei sentimenti umani, nei meandri dell’anima.
(Commento di Remigio Bertolino)

 

 

Cristina Raddavero - "La prossima luna"
Edizioni Puntoacapo (Collana Le Impronte) - 2013, Novi Ligure (Al)

Cristina Raddavero (Genova 1971) si è laureata in Filosofia con una tesi su Antonio Rosmini storico del pensiero morale, con particolare riferimento a Kant suo interlocutore privilegiato. Vive in Val Borbera (provincia di Alessandria), ai confini con la Liguria, terra alla quale si sente profondamente legata per storia, memorie e ascendenze familiari. All’insegnamento di discipline umanistiche ha unito un appassionato e personale interesse per la critica letteraria e filosofica. Collabora da alcuni anni al sito internazionale di Arti e Lettere www.dictamundi.net. La prossima luna è il suo terzo libro. Ha pubblicato con Puntoacapo Editrice il suo primo romanzo Il vento dell'Antola nel 2010; nel 2012, sempre per Puntoacapo, è uscito Sotto le piante, A due passi da una vita fa.
Con la
Prossima luna si accosta, per la prima volta, ad un genere per lei nuovo e mai battito: una storia per ragazzi che affronta provocatoriamente il "tema dei temi" con cui si trovano a vivere i giovanid'oggi: la tecnologia...

Studenti a scuola di comunicazione. Nei giorni scorsi  gli alunni della scuola Media Plana hanno affrontato il tema della Comunicazione attraverso l'incontro con Cristina Raddavero, scrittrice ligure, già autrice di diverse opere.
      Il vero senso delle parole - la scuola affronta il "tema dei temi": la comunicazione. E non lo fa solo attraverso un interessante percorso di "Cittadinanza digitale" tenuto da una pedagogista, ma lo fa anche attraverso una scrittrice, Cristina Raddavero che, senza criminalizzare le nuove tecnologie, invita i giovani a riscoprire il senso delle parole, la contemplazione della natura, la magia della poesia capace di riscattare il mondo intriso di identità virtuale, per portarlo a godere della profondità leggera dell'immergersi, del lasciarsi trasportare dall'emozione, dalla contemplazione del sogno...
Voghera sei tu - 14 aprile 2014
Klicca qui per leggere tutto in formato pdf


Un incontro alle scuole medie Plana di Voghera per sviluppare il tema della comunicazione... Una lezione che ha regalato ai presenti, insegnanti compresi, un'esperienza da non dimenticare...
Tamara Carano - Panorama di Novi - Novi Ligure 22 aprile 2014
Leggi tutto in formato pdf (Klikka qui)

 

   Cara ...Costante,
mi perdonerai se oso rispondere per via informatica, sarebbe più appropriato prendere carta e penna...pardon...matita!  
Ma siccome non possiedo il tuo Carta concedimi questo strumento più immediato, che io però uso all'antica, senza abbreviazioni telegrafiche e criptiche. Per farmi perdonare userò un carattere corsivo, più vicino alla scrittura manuale.
Dopo essere stata in tutt'altre faccende affaccendata,  sono riuscita finalmente a tuffarmi nella tua terza "creatura".
Dopo un brevissimo attimo di disorientamento iniziale ( "ma che cosa si è inventata"?) ha cominciato ad apparirmi sempre più chiaramente il suo intento  e mi ha preso moltissimo, tanto da leggerlo senza interruzione.
Questa volta ero meno prepapara ad entusiasmasmi, di fronte ad un tema che, oggettivamente, mi sembrava più tecnico dei precedenti.
Invece mi ha emozionata moltissimo, tanto da dovermi spesso fermare per non bruciare l'emozione.
Sei stata molto brava, mi hai coinvolto ed anche stupito.
Sai bene quanto conosca e condivida la tua considerazione per lettura e scrittura, che era già abbondantemente affiorata in Sotto le piante (matite e blu di Prussia sempre protagoniste!), ma qua è proprio emersa come passione, tanto intensa da sentire il bisogno di difenderla e...salvarla.
Trovo che tu sia riuscita a trattenere la critica in limiti accettabili, lanciando un chiaro accorato appello senza cadere in una crociata troppo pesante. Questa per me è stata la valenza principale perchè ha lasciato che il tuo appello non fosse dettato dalla critica, facilmente contestabile, ma dalla passione, che percorre tutto il racconto coinvolgendo e conquistando il cuore più che la mente.
Anche il tuo linguaggio è più quello del sentire che del pensare, mi è sembrato più fluido, più caldo e...più accessibile perchè non hai cercato parole dotte (che rischiano di ridurre selettivamente l'empatia dei lettori), ma parole calde.
Ho trovato molto valida e strategica l'altalena finale tra sogno e relatà. Mettere il tutto in un sogno ha giustificato i momenti più "esagerati" e l'idea di aprire poi alla realizzazione del sogno stesso restituice la speranza a chi può dispiacere...che fosse solo un sogno.
Anche questo è un piccolo-grande libro, diverso dagli altri nel contenuto, ma simile nella tua capacità di di amplificare il tuo sentire e di esprimere temi ed emozioni trasversali.
Come mamma-nonna-insegnante della vecchia guardia penso che sarebbe un valido strumento in mano ad educatori capaci e sensibili...temo in via di estinzione. Ti auguro che qualcuno di essi scopra la potenzialità di questo racconto sospeso tra sogno e cultura. 
Intanto non mi resta che dirti brava, ribrava, riribrava!

(Commento di Mariangela Amoretti)

Di Cristina Raddavero scrittrice avevamo già apprezzato le qualità narrative con i racconti "Il Vento dell'Antola" e "Sotto le piante. A due passi da una vita fa", dove l'afflato di memoria paesaggistica si dirama nel coinvolgimento di passioni uniche, condivise e vissute nell'universo storico che si trascina nelle profondità dell'esperienza: il tocco del tempo e dello spazio, la memoria e la riflessione delle sue immagini che  ripropongono il dubbio sulle orme lasciate: ciò che abbiamo fatto, ciò che ci è capitato di fare; siamo noi, ci riflettiamo nello specchio dei nostri giorni.
                Ora, lo stesso afflato lo ritroviamo in questa prima esperienza di narrazione per giovani: il paesaggio è quello incantato tra sogno e realtà, tra il cammino da percorrere e lo scompiglio del mondo virtuale assetato e imbevuto nello stesso tempo dall'irrompere della tecnologia: siamo ancora noi? Viviamo ancora nel luccichìo argentato di uno spicchio di luna? Sappiamo ancora distinguere il fremito emozionale di un lapis stretto tra le dita dalle ticchettio asettico dei polpastrelli sulla tastiera di un iPad?
                "Chi sa se i ragazzi saprebbero ancora parlare della luna, alla luna, con la luna, disegnare la luna: Scriverle, emozionarsi innanzi al suo volto pallido e giallino, ai suoi crateri lontani, sentire le farfalle nello stomaco quando a falcetta sembra adagiata sul manto blu del cielo..." (pag 22).
                In queste parole ritroviamo la forza poetica e narrativa di Cristina Raddavero, la sua visione panica e pro-vocatoria per un "andare avanti", un procedere in una società che si trasforma, perde di luce, dimentica di saper ancora sognare la bellezza della natura e " i fiori di zucchine in pastella".
                "La complicata semplicità di un foglio bianco" governa il nulla o la libertà totale, qual è la soglia distintiva, sappiamo ancora disegnarvi sopra il transito delle emozioni nel chiaroscuro di un paesaggio lunare? Ritroviamo Van Gogh nelle ombre degli ulivi, e il gelo di Klee nello splendore notturno delle montagne illunate? e tra le dita... Tra le dita sappiamo distinguere il tratto di un lapis a punta morbida da quello a punta rigida; il segno sulla carta di un lapis Giotto da quello lasciato da un Caran d'Ache?
                I sogni del prof. Costante Astanti restano sempre solo sogni oppure riescono ancora a incunearsi e accendere linfa al crescere di una scolaresca di adolescenti? Per fortuna il furetto Rusk conserva al sicuro della sua cassaforte i preziosi segreti del tempo che alimentano sguardi di speranza insieme al recupero di un'autenticità che, nonostante tutto, riesce ancora a sopravvivere. Pirandello, Calvino,Gatto e Ungaretti sono i silenziosi artefici di una metaforica trasformazione di scoperta e di ritorno alla vita. Ora i ragazzi lo sanno e ne apprezzano il messaggio con convinta adesione. Il professor Astanti, zaino in spalla,  può finalmente "scendere le scale per andare sulla luna".
                Fantasia, attualità, riflessioni e cultura letteraria si amalgamano nella "Prossima luna" in una felice sintesi narrativa capace di affascinare e coinvolgere il lettore di ogni età stimolandolo a interrogarsi su tematiche di quotidiana e aperta discussione.

(Commento di Pier Luigi Coda)

 

 

Cristina Raddavero - "Sotto le Piante"
Edizioni Puntoacapo (Collana Le Impronte) - Novi Ligure (Al)

 


Il secondo libro di Cristina Raddavero, dopo lo splendido esordio con Il vento dell’Antola, è sospeso fra la narrazione intensamente personale della propria fanciullezza e la ricostruzione della Cabella fiabesca degli anni Settanta. Platani e polvere. Polvere e platani. «Dove andiamo?»
«Dai, andiamo sotto le piante».
Chiunque viva, abbia vissuto o abbia trascorso un periodo più lungo di una settimana, magari un’estate in Val Borbera e per l’esattezza a Cabella Ligure, non potrà mai dire: «Vado ai giardini pubblici», susciterebbe immediatamente una fragorosa risata, nel migliore dei casi, altrimenti, non gli verrebbe risparmiata un’occhiataccia bieca e sdegnata… «Come hai detto, ai giardini pubblici??!».
Polvere e platani. Platani e polvere. Abiti e mani imbrattati effetto cenere con le ginocchia e i polpacci bianchi al punto da poter scriverci sopra con il dito indice inumidito di saliva il nome dell’amica del cuore o disegnarci un fiore o chissacché, a seconda dell’ispirazione del momento, in un attimo di pausa prima di riprendere il fiato, le scorribande e il gioco.
Tutto qui, il mio qui, uno dei tanti di quando ero bambina.
Un perimetro piuttosto esteso, parallelo per un lato, al letto del torrente Borbera che, impetuoso, dopo le piogge violente dell’autunno e della primavera fa spesso udire la propria voce mescolandola alle grida argentine di generazioni che, sotto le piante, hanno vissuto autentici momenti e spazi di gioia, dimentiche del tempo che passa, fino a perdervi la cognizione delle ore se qualche mamma non fosse capitata nelle vicinanze a riacciuffare bipedi in perenne stato di frenesia e smania del divertimento fino all’ultimo secondo fruibile della giornata. L’altro lato affaccia sulla piazza principale circondata dalle case colorate e si snoda longitudinalmente avendo come “confine” un paio di edifici più o meno simili ospitanti due dei bar del paese colmo di contaminazioni liguri proprio a cominciare dalle tonalità delle abitazioni che alla piazza fanno corona.

(Da una nota editoriale)

 

            C’era una volta… il West… no!  C’era una volta una principessa e un re… no!, no! C’era una volta la nostra Valle, la mia Valle. La Valle di tutti noi che ci drogavamo con l’acqua del Borbera, della Gordenella  e che, quando dovevamo attraversare l’impeto delle acque invernali del torrente per raggiungere Rosano da Cabella, non avevamo altra soluzione che salire su passerelle di legno, sfidando l’impetuosità dei flutti come Mosè il Mar Rosso. Ora c’è un ponte, non si sa quanto sia solido ma resiste, alla bell’e meglio. Resiste anche lui come può, come la nostra Valle, come i ricordi che sembrano ancora lì, appesi/sospesi sulle nuvole, o, forse, a due passi da una vita fa.
                Cabella Ligure, per noi che abbiamo solcato quelle strade quando ancora non erano asfaltate, era un po’ l’alfa e l’omega della Valle, il centro dove tutti i paesi e le frazioni circostanti trovavano l’apice, la convergenza; la New York della “Old Generation” di quella terra ligure d’amore e tradizione appiccicata in fretta e furia al Piemonte e che, oggi,non  è più né ligure né piemontese e, quindi, viene dimenticata da tutti.
             Ma, qui, giacciono memorie, ricordi, rimpianti, ispirazioni; giacciono avvolti dal Tempo e nel Tempo. Rivivono sulle pagine della Storia; nel cuore di ognuno di noi, sotto i platani della grande Piazza, nello sguardo della gente che transita e scalpiccia la polvere.
            Cristina Raddavero, di quella Piazza, raccoglie foglie e polvere e le custodisce tra i guanciali dei suoi ricordi; le raccoglie con gli occhi stupiti dell’infanzia che si guarda attorno e scopre  volti, passaggi, ascolti e vicende che approdano nell’infanzia, poi nell’adolescenza, poi nella vita. Annota momenti e vite che sono lì e tutt’ora ci ascoltano e ci guardano: il fruttivendolo, il falegname, il nonno con la Vespa, il mite cartolaio,  l’austero e silenzioso esercente di commestibili. Li conosco anch’io, li vedo qui, dinnanzi ai miei occhi, palpitanti e vivi, perché così me li fa rivivere la Raddavero, con quel suo tipico modo di scrivere che già abbiamo apprezzato nel suo libro d’esordio “Il Vento dell’Antola”. Le sue memorie sono le nostre memorie, il suo tempo, il nostro tempo, il suo mondo, il nostro mondo. Non c’è più. Se ne sta andando; noi ce ne siamo andati e, forse, abbiamo abbandonato noi stessi.
            Ecco, credo che uno dei più grandi meriti letterari della Raddavero consista proprio nel sapere trasmettere ai lettori le sensazioni, i profumi, i gusti della sua personalissima storia, nel saper  raccogliere quei sottili filamenti di vita che sfuggono alla nostra fretta di vivere e di saperli riproporre alla nostra meditazione come se ci fossero appartenuti da sempre e da sempre ci fossero sfuggiti. Quante volte, leggendo le pagine del libro ho sussurrato: “ Ma guarda un po’, è proprio così!”.  Io non me n’ero neppure accorto e ci vivevo accanto. Poi ci ripenso e mi dico che Cristina Raddavero è proprio brava come scrittrice; coglie l’essenza, il dentro nascosto, come i suoi alberi. Rileggo pag.54: “ Il nodo di un albero è un segno particolare insito nella pianta quando  ancora è seme, un’impronta che non si cancella, scribacchiata nel corso del tempo durante la sua crescita e che come tale racchiude un percorso di vita, un pezzo di “viaggio”. Resta un segno, il “nostro segno”.”  Il seme nascosto… il talento nascosto di saper scrivere e, soprattutto, saper raccontare.
            D’altronde l’infanzia non ha appartenenze circoscritte col pennarello rosso sulla carta geografica; non ha confini (da noi si direbbe “cioghende”) che delimitino spazi e memorie. L’infanzia appartiene a tutti; i tuoi occhi hanno i miei occhi; il tuo stupore, il mio stupore. Lo sa chi scrive, lo conosce il lettore. Poi c’è chi ti aiuta a riflettere con la sua “infanzia”: ti parla delle “sue” esperienze e tu scopri le tue; allora  ci si dilata nel tempo e nello spazio. I confini della Valle non sono né Cabella né Cosola o il limite del Borbera, si va oltre, si attraversa il mondo e si scopre se stessi; esperienze comuni, sapori e odori che si trasformano in linfa accompagnandoci per i sentieri dei giorni. “La panchina della vita! In fondo, a pensarci bene, ho sempre pensato che a questo servono le panchine e che questo racchiudono: vi transitano sopra, nelle loro curve sinuose e negli arzigogoli dello schienale o nelle decorazioni dei loro supporti, attimi lunghi una vita, emozioni sentimenti, malinconie e segreti confidati all’ombra degli alberi, intese scambiate tra gli occhi e le mani, lacrime e sorrisi, abbracci e addii, parole e silenzi”. (pag. 31)    
          In questo frenetico frastuono che ci avvolge e che spesso ci toglie il respiro, tutti noi abbiamo bisogno di una sosta, di una panchina dove riflettere per recuperare  l’ autenticità di ciò che abbiamo vissuto e dimenticato, sognato e inconcluso, desiderato e svanito tra parole e silenzi, tra gli occhi e le mani, tra lacrime e sorrisi. E qui, sottol’ombra protettiva dei platani, è altrettanto dolce guardarsi attorno per recuperare i segni indelebili di un mondo ch’era ancora qui, accanto a noi, solo a due passi da una vita fa, e in un soffio, senza che neppure ce ne accorgessimo, si è involato alto nel cielo come un aquilone sfuggito dalle mani di un bimbo.

(Commento di Pier Luigi Coda)

Il libro mi prende per mano e mi porta  delicatamente a ritrovare la spensieratezza della gioventù ,  ma anche la profondità dell’essere giovani , dell’essere bambini.
Non è un libro di ricordi ;  almeno per me non è solo un libro di ricordi. 
Mi ricorda invece il <messaggio > di estrema importanza e poco  praticato  del sapersi   ”stupire”  e      “saper apprezzare” ogni minuto della vita vissuta, dando il valore che meritano a tutte le azioni anche se ripetitive; 
agli oggetti anche se insignificanti,
agli animali, o vegetali anche se comuni
a cibi o profumi anche se non sempre piacevoli
ed anche naturalmente alle persone ,  tipico appunto del tempo del  bambino.
Mi ricorda di  tornare ad apprezzare ogni giorno in più come un giorno nuovo , diverso ;
un nuovo regalo accompagnato da tutte le Sue manifestazioni.
Purtroppo diventando adulti si tende a non vivere più il miracolo del giorno…..ma si tende a vivere l’abitudine della giornate che passano- oppure la tensione delle giornate che ci apprestiamo a vivere.
L’adulto perde il miracolo che ogni giorno si compie dinanzi a lui.
Non lo vede più. 
Non riesce più a cogliere in un sasso un diamante  prezioso .
Saper nuovamente  cogliere il miracolo   che incontriamo al nostro risveglio ogni giorno.
Il libro mi ricorda  che questa capacità  è naturale al giovinetto /a che cresce.
E mi ricorda che devo riappropiarmene., se voglio rinnovare il miracolo della mia vita ….. a due passi da una vita fa che è li accanto a me  ….basta che la guardi di nuovo…. con occhi diversi, non solo come un ricordo.
Bellissimo.

(Commento di Renato Belforte)

Non è tanto importante che cosa o quante cose uno ricordi, ma piuttosto il perché se le ricordi. E questa domanda ammette vari ordini di risposte: un perché contingente e strumentale; uno psicologico, relativo alla "mitologia" personale (per cui si "deve" ricordare); uno ermeneutico-gnoseologico (per cui si "vuole" o si "può" ricordare), relativo alla propria consapevole visione del mondo (fondata poi sulla propria "mitologia")...
Cristina Raddavero manifesta qui più volte un'attitudine "animistica", e ciò investe la sensibilità profonda dell'individuo. Ogni luogo si staglia nella mente con una propria "anima" che respira, e così ogni oggetto, come l'ago da rammendo del negozio "dalla Palma"; fino al mistero del nome, al suo suono e alla sua etimologia: e nel libro si va dalle strane (per una bambina) parole della liturgia latina, ai fantasmagorici nomi dei cataloghi di vendita per corrispondenza ("libri delle mamme" li chiamava con beata innocenza un bambino di mia conoscenza), come Vestro o Euronova ("simile all'esplosione stellare", commenta l'autrice – e si può capire perché Bertolucci intitolasse Sirio - la marca di un sapone - una sua raccolta poetica).
E ancora, per Cristina, "ordine e armonia" contraddistinguono il ricordo della propria maestra di scuola; e poi la "ciclica, benedetta e santa ripetizione" dei viaggi in Vespa col nonno e la sorella. Dice proprio, l'autrice, di quanto sia importante per la crescita di un bambino (vado parafrasando) l'abitudine, che è certezza, e insomma la famiglia, gli amici, i luoghi, l'educazione...
E infine le parole del Siracide che si fissano nella mente della bambina: "Dipenderà da te: ti ha messo davanti il fuoco e l'acqua: dove vuoi stenderai la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà". 
Queste parole non devono essere colte quali esortazione a chissà quale impresa. Per l'autrice l'impresa è quella della conoscenza, che non necessita di azioni grandi o di allontanamenti verso luoghi esotici (caelum, non animum mutant...). E' invece un ripescare, un rimestare nell'anima più minuta del mondo, con abito da entomologo, che ami le proprie creature e assegni loro un nome, e le collochi in qualche mappa o albero genealogico o tassonomia.
Ricapitolando, questo libro non è tanto un libro di ricordi, quanto un libro che parla di come l'autrice percepisca il suo mondo, con vibratile sensibilità ma anche con pacata consapevolezza di ciò che ossimoricamente, o forse no, può essere "a due passi da una vita fa".

(Commento di Flavio Vacchetta)

 

 

Cristina Raddavero - "Il Vento dell'Antola"
Edizioni Puntoacapo (Collana Altre Scritture) - Novi Ligure (Al)

Il libro di Cristina Raddavero, intanto, ci tocca perché rappresenta quell'elemento umano che per alcune persone si riduce, tranne rari momenti, a mero strumento di lavoro, ma per altre è una vera dimensione dell'esistenza, parallela al presente, e cioè la memoria. Dicono alcuni di vivere nel presente, e che tutto è un eterno presente.
In un certo senso questo è vero, perché il passato esiste in funzione dell'oggi. Ma è altrettanto vero che molti non si sforzano di dare un senso alla propria memoria individuale, di riviverla, di ripensarla,di coltivarla, e piuttosto vivono il passato come un dato di fatto incontrovertibile, una specie di memoria di lavoro come quella del disco di un computer, salvo rispolverare ogni tanto qualche immagine triste o lieta. Anche se poi il passato, più o meno ancestrale, torna a squarciare la monodimensionalità del presente, come attraverso la vertigine del dejà vu.
E i più grandi artisti (ma anche gli uomini di scienza: pensiamo a Freud e alla psicoanalisi) ci hanno insegnato che il recupero memoriale arricchisce la nostra vita di sempre nuove suggestioni: "quando niente sussiste d'un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, più tenui ma più vividi, più immateriali,più persistenti, più fedeli, l'odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l'immenso edificio del ricordo".Meglio dunque lasciar parlare Proust.
Qui dirò solo che, come nella storia individuale, così anche nella storia collettiva la memoria viene spesso trascurata, nonostante i continui sforzi esegetici dei veri storici. Cosa sapremmo veramente, noi uomini del presente, di quell'epocale travaglio che ha mutato la civiltà rurale italiana, senza libri come questo di Cristina Raddavero?
Certo, si tratta sempre di tempi umani e non geologici: fatto sta che quella civiltà apparentemente statica, che l'autrice evoca al momento del suo trapasso, apparve ai suoi protagonisti come un dato di natura.
E, come dice l'autrice, i suoi protagonisti si resero conto solo confusamente di quel passaggio verso la civiltà urbana, industriale e quant'altro. Siamo noi, oggi, che cogliamo meglio, forse, quelle dinamiche storiche, e che, artisticamente, riscopriamo il fuoco sotto la cenere del tempo, facciamo rivivere quelle speranze, quelle passioni, quelle vite che ci traspaiono solo da qualche cronaca sbiadita, o da resti di lapidi e abitazioni che la natura torna a ricoprire e la scrittura cerca ostinatamente, amorevolmente di far rivivere".

(Commento critico a cura di Flavio Vacchetta)

 

Ho avuto la fortuna di nascere e crescere all’interno di una realtà costituita di cose semplici e autentiche. Benvenuti nel fatato mondo di Cristina Raddavero, all’esordio letterario col romanzo “Il Vento dell’Antola” (Puntoacapo Editrice, 2010). Provate per un istante a chiudere gli occhi e lasciare alle spalle la quotidiana follia del vivere delirante e incontenibile. Ad esattamente quarantaquattro anni dai cupi fatti che il 21 Settembre 1961 sconvolsero Reneuzzi (piccolo paesino dell’appennino ligure-piemontese alle pendici del Monte Antola, vetta particolarmente cara ai genovesi), che fecero da corollario ai flussi migratori dalle campagne verso le città prossime al boom economico, nonna Nora e la nipote Livia (tutti i nomi sono di fantasia) tornano là dove la memoria s’è interrotta. Ma non vi è alcun sensazionalismo né colpi di scena: il gesto dell’anziana madre di Marta, la zia di Livia che visse in quei luoghi cinti dallo splendore della natura fino al tragico epilogo, è d’amore e pietà. La ragazza ne coglie il senso fino in fondo. Nel malfermo incedere della nonna dai ruderi di Reneuzzi fino al cimitero dove riposa per sempre Daniele, l’assassino della figlia, non v’è solo una personale via crucis, ma soprattutto un saldare i conti col passato regalando alla giovane erede un presente che non può prescindere dalle sue radici.
E’ proprio il 21 Settembre 2005 che si svolge la narrazione, costruita su un continuo flashback. Le due donne «erano arrivate[…] lasciandosi alle spalle cemento, lunghe file di vetture strombazzanti, smog e la più svariata tipologia di esseri umani dislocati ovunque». Il corso degli eventi è molto più che una pagina scritta: immerse nella pace di una natura immutabile e uguale a sé stessa, paiono percepire le circostanze della storia d’amore tra Marta e Daniele come vive e pulsanti in ogni angolo dell’impervio territorio. La Bocca del Leone, un grosso masso frutto della fantasia della scrittrice presso cui Marta soleva abbandonarsi sognando immaginifici futuri di là dell’appennino, è come una porta spazio-tempo: una volta lì giunte sarà il mito di quegli anni lontani ad imporsi. Ma il ricordo non conosce rancore, che pure al lettore sembrerebbe lecito, e Nora si fa interprete di una misericordia che è frutto di un’anziana saggezza: l’odio conturba e avvelena, sembrerebbe suggerirci. Livia comprende e ascolta incantata, sospesa tra la suggestione di rivivere quel tempo andato da cui lei stessa discende e la consapevolezza di afferrare qualcosa di irripetibile: un travaso generazionale che non potrà avere alcuna replica.
Ma questo non è solo un racconto d’amore e perdono. E’ il pretesto per un’ampia riflessione su un mondo fatto di piccole cose, di nostalgia per i gesti semplici, per un modus vivendi profondamente compenetrato al creato e alle sue leggi. Ogni pagina del romanzo sgorga dal basso, dalla terra, trasuda passione per la natura, per quei boschi incontaminati che sono la morfologia stessa dell’entroterra ligure, distesi a racchiudere il segreto di una vita altra, fatta di tempi e modi profondamenti diversi. Colpisce in particolare l’equilibrio complessivo del racconto, che mai tracolla verso il giallo o la suspense e nemmeno si fa ammaliare dall’apologia dei bei tempi andati, ma che mostra altresì un potere evocativo sorprendente anche per chi di quella cultura contadina integra e faticosa, squassata dalla storia e dai suoi ricorsi, non saprebbe immaginare nulla. Non cercate un primo attore, o meglio non pensate di trovarne uno solo o qualunque: potete abbandonarvi al racconto e intuirne le pieghe nel morboso amore di Daniele per Marta, per quell’innocenza prossima alla contaminazione che ai suoi occhi lei raffigurava, immaginare Livia e Nora alla Bocca del Leone avvolte nella solitudine più assoluta, oppure ancora andare col pensiero ai tanti paesi che come Reneuzzi subirono l’ingiuria del tempo e della corsa verso le magnifiche sorti e progressive di un mondo nuovo. Ma non scordate il vento. Teso, implacabile, che ben conosce chi ama la montagna e i suoi sentieri, che inesorabilmente colma di sé i passaggi cruciali della storia. Forse è proprio quello il vero protagonista. 
 
(Commento critico a cura di Enrico Pietra)

I lettori che seguono DictaMundi hanno già avuto l’opportunità di apprezzare Cristina Raddavero quale  opinionista di attenta e approfondita matrice culturale. I suoi commenti critici, le sue recensioni, la sua obiettività di giudizio per molti autori e poeti costituiscono punti di riferimento sui quali riflettere e misurarsi. Lo attestano le molte lettere che ci pervengono e nelle quali si sottolinea la sua capacità di farsi scandaglio, di saper trapassare le parole per penetrare il profondo, la parte nascosta, l’humus che si cela, a volte, a propria insaputa, nell’animo e nel pensiero.
Ora, con Il “Vento dell’Antola”, (Puntoacapo editrice – collana Altre scritture) si misura con la narrativa e con un esordio letterario altrettanto impegnativo e convincente. La “gittata” di base è sempre la solida preparazione culturale, ciò che a me piace definire, i “ferri del mestieri”, poi la serietà d’intenti, l’intima certezza di essere pronta a “fare il salto”, e di potersi proporre con autorevolezza e senza cedimenti di stile.
Il Vento dell’Antola dichiara una struttura architettonica a piani sovrapposti: la memoria, il fatto, lo scenario socio demografico, la sgomenta accettazione del presente. Sullo sfondo, il paesaggio e la natura protagonisti e partecipi, complici e, nello stesso tempo, assenti, presenti e lontani. Il soffio del vento li avvolge e li filamenta in una sorta di visione panteistica; bella, toccata con mano, vissuta. Il vento che transita, sussurra, riporta echi, suoni e fruscii di fronde tra i rami dei faggi e gli arbusti di rosa canina. Il pensiero non può non ricorrere a Percy  Bysshe Shelley e allo stupore selvaggio della sua splendida “Ode to the west wind”, dove il vento cattura interamente la scena, e diventa lui stesso vita e tragedia; “distruttore e conservatore”, dolce e ruggente: “Oh selvaggio vento dell’Ovest, alito della vita autunnale/dalla cui misteriosa presenza le foglie appassite/vagano come fantasmi da un magico andare…”
L’Antola. L’Antola per le popolazioni del genovesato e dell’Oltregiogo Ligure Piemontese evoca sacralità e rispetto. Andare sull’Antola non significa andare su un monte qualsiasi: è un rituale, una ancestralità che si tramanda da generazioni, un che di esoterico e misterioso accompagna il suo nome. Dopo “La Guardia” e più delle “Capanne (di Marcarolo), l’Antola è il “pellegrinaggio” d’eccellenza, il respiro delle montagne, la voce degli avi, la memoria.
La memoria e il delitto. È qui, su questi crinali che si dipana il racconto di Cristina Raddavero. Siamo nell’immediato dopoguerra, si costruisce l’Italia e la storia, le vallate si spopolano, il mito del benessere e del “miracolo economico” consuma il suo tragico, epocale scombussolamento sociale e ambientale. Ricordo ancora la sintesi di un valligiano della Val Borbera: “Ci dicevano che in città, per le strade i salami erano appesi per un filo; bastava allungare una mano e raccoglierli”. Sono partiti in massa. Venduto stalle, sprangate abitazioni, ucciso il pollame, sacrificato capre e maiali per rincorrere il mito del “salame appeso” e della “fettina di carne tutti i giorni”. Ma il cuore era spappolato e spappolata restava la montagna.
In questa dicotomica lacerazione, Cristina Raddavero si muove con misurata partecipazione narrativa: da un lato, il maestoso fascino della montagna con le sue bellezze immobili nella secolarità del tempo; dall’altro l’attrazione dell’abbandono e della partenza in una definitiva scelta di vita e di ripudio della terra dei padri, dei solchi,del profumo del fieno, di un sorso d’acqua fresca alle sorgenti dei boschi; un come allontanarsi da se stessi e dalle proprie origini.
Inevitabile che in un tale scenario maturi il fatto, il gesto estremo della ribellione, del più debole, di chi non vuole rassegnarsi a perdere amore, terra, passato e futuro. Perché la consapevolezza è quella d’essere sconfitto dalla storia e dal tempo, perché nulla ha più valore e non può essere difeso dopo l’oltraggio dell’abbandono.
La storia ha radici vere e romanzate nel paese ormai disabitato di Reneuzzi, ma è la storia di centinaia di borghi e paesi e frazioni delle nostre valli che si sono spopolate segnando una svolta socio-demografico-economica di cui anche oggi viviamo le evidenze; chi ha cercato di opporvisi, senza capacitarsi o darsi rassegnazione, ha dovuto gettare la spugna come il protagonista, pagando di persona sulla propria pelle e sopra la pelle di Lupo, il cane fedele che non poteva sopravvivere al gesto tragico del suo padrone e ha preferito condividerne l’epilogo..
Ma tutti i personaggi del racconto sono catturati da Cristina Raddavero con un tratteggio psicologico di calibrata intensità emotiva, accompagnano il lettore nelle loro fatiche, nei sogni, nelle attese e nelle delusioni. Emergono nitidi dallo sfondo incidendo la scena con ruoli definiti, disegnati con una matita narrativa efficace, a tinte rotonde, la definirei, quasi vibrante.
Molto pertinenti gli intermezzi inseriti tra un capitolo e l’altro con la presenza di voci note e meno note ma sempre opportune come per incorniciare degnamente le tematiche del capitolo stesso: Susanna Tamaro, Rainer Maria Rilke, Cesare Pavere, Paolo Rumiz… e significative anche le belle foto concesse dal fotografo Paolo Grasso per rappresentare i luoghi in cui si svolge il racconto.
Insomma, un libro da leggere ma anche un libro su cui riflettere di noi stessi e della nostra storia recente; soprattutto in considerazione dell’incuria e delle devastazioni che scempiano la bellezza del paesaggio e della natura.
(Commento critico a cura di Pier Luigi Coda)

«Il vento racconta tante storie, bisogna saperlo ascoltare bene; certe volte bussa alla tua porta leggermente, altre volte molto forte; il vento viene da lontano... si perde nel tempo della storia per consegnare le nostre vite all'eternità».

Liberamente ispirato a una fosca vicenda che nei primi Anni Sessanta segnò il paese di Reneuzzi, nel Comune di Carrega (AL), il testo propone un continuo alternarsi di realtà e fantasia, opportunamente contraddistinto da richiami biblici e da manifesti riferimenti a opere letterarie italiane classiche e contemporanee. Il titolo ricalca quello di un periodico divulgato, nei decenni scorsi, nei territori circostanti il monte Antola, gli stessi che fanno da scenario al racconto. Sullo scorcio di un idillio dal sapore tipicamente agreste si profila una tragedia, annunciata sin dalle prime battute del libro, la cui portata caustica quanto ineluttabile investe non soltanto il potenziale umano presente nelle regioni montane (opprimendo i superstiti con «un vuoto trasversale», gravoso dal punto di vista «fisico, emotivo, mentale, spirituale»), ma anche le dinamiche sociali e territoriali di una zona di frontiera, improvvisamente  ingurgitata «dentro una voragine fatta di niente e di nessuno». Nella rievocazione di un passato foriero di fascino e insieme di misterioso turbamento, «nell'altrove della memoria depositaria di un'identità incancellabile», la percezione di un lento scorrere del tempo permea una quotidianità contadina scandita da ritmi lavorativi e da manifestazioni di fede, nella quale agisce una costellazione di protagonisti e di comparse dalle connotazioni ora puntuali ora sfumate. Le condizioni ambientali e climatiche dei luoghi su cui torreggia il monte Antola temprano i personaggi e ne plasmano gli animi. L'isolamento da un mondo in rapida trasformazione reca in sé il pericolo di un inconsapevole assopimento intellettuale e di un progressivo torpore delle coscienze. Così come la rinnovata realtà cittadina del secondo dopoguerra, anche i centri del fondovalle sono preda di un vorticosa evoluzione e di un incontenibile fermento legati alle molteplici prospettive occupazionali che consentono un generale miglioramento della qualità della vita. Cambiamenti epocali interessano anche i piccoli paesi, sconvolgendone talvolta la natura stessa e il loro caratteristico «spazio chiuso all'evolversi del tempo», marchiato da una «ciclicità immota» e da «sequenze identiche nell'alternarsi delle stagioni». Nell'irrimediabile scontro tra fervore innovativo e timore del nuovo, sarà la strada, con il suo snodarsi suadente e sinuoso, a chiamare a sé la gente, conducendola – fedifraga verso le proprie origini – definitivamente lontano dal contesto rurale. L'inarrestabile spopolamento delle zone appenniniche contribuisce a minare le risorse di intere valli e anche l'Antola, non più «monte vivo di uomini», viene a poco a poco inghiottito da una vegetazione soffocante e spettrale. La descrizione di un ambiente desolante, delineato con toni ossessivi, nel quale filtrano a tratti funeste luminescenze, può evocare l'inquietudine e lo sconvolgimento caratteristici di un filone pittorico e letterario del Romanticismo anglosassone che interpreta l'estetica del sublime. «Il completo sfacelo» delle antiche case di Reneuzzi, paese «destinato... a parlare soltanto attraverso il silenzio, la sua assenza a se stesso», mette in evidenza l'opera indiscriminata di una «natura selvaggia» tratteggiata come «una dama austera dal portamento arbustivo onnipotente» non dissimile dalla volitiva «matrigna» di leopardiana memoria. Attraverso il periodare ampio di una prosa accattivante e descrizioni minuziose sullo stile di Susanna Tamaro, viene espresso il senso panico della natura e la compenetrazione dell'uomo in essa. 
Custode dei boschi e delle radure è soltanto un vento «strano, insolito e ambiguo», un sibilo profumato di mora selvatica che vaga senza requie, come in cerca di un perdono pacificatore. L'irrequietezza del vento ricorda quella di Daniele, il protagonista del racconto che, squassato da una passione e un desiderio implacabili nei confronti della cugina Marta, profondamente sconvolto nel proprio essere, si macchia di un gesto folle e irreparabile. Anche nella realtà dei fatti sottesa alla storia, la vena torbida di un sentimento amoroso è culminata in un omicidio-suicidio: una delle cause indirette del completo abbandono di Reneuzzi.
Tematiche di carattere esistenziale sono affrontate nel finale del racconto, a proposito della dolorosa elaborazione del lutto cui è sottoposto l'uomo, in linea con il pensiero agostiniano e soprattutto con la morale manzoniana che sostiene il valore catartico del perdono cristiano. A quest'ultimo si appella ancora il testo a tutela dal male presente nel mondo (richiamato attraverso vari accenni a Giobbe), come unica risorsa per placare una vana sete di risposte e commutare la fatica di una «salita» nella serenità di una «ascesa».
Recensione comparsa su “QuattroPagine”, n. 5, luglio-agosto 2010.
(Commento di Valentina Incardona)

Ieri pomeriggio, e poi durante la notte ho letto il tuo bellissimo libro: Il vento dell’Antola
Non ho potuto smettere di leggere …
_Ho potuto cogliere nel profondo il dolore che mette alla  prova  gli umani,  sentirne il peso che ti schiaccia il cuore e ti toglie il respiro.
_Ho potuto osservare da spettatore la disperazione delle anime , una per l’altra che vanno incontro. passo dopo passo alle scelte che decideranno il loro futuro. 
Il portare a conoscenza del sentimento dell’abbandono …terribile prova ,  sia esso inteso da un luogo, da un animale, o da uno spirito …
_Ho potuto risollevare il capo e tornare a respirare corroborato dal perdono che cogliendoci per mano finalmente (ci) libera dal peso oppressivo dell’ardua prova che avvolge gli attori del teatro che hai creato.
Raro e bellissimo sentir parlare di amore e perdono di questi tempi dove quelle parole sono inflazionate e usate a sproposito, quasi l’oscuro avesse capito che bisogna mimetizzarsi  appropriandosi dei simboli di  <luce>, per intrufolarsi nei cuori assopiti e annoiati, in travestite sembianze.
Raro il messaggio di speranza portato dal perdono, in un mondo dove il dualismo è l’attore principale, dove il due predomina,  e la spada viene sempre impugnata dall’elsa e non dalla lama…

(Commento di Renato Belforte)