Cristina Raddavero - "Il Vento dell'Antola"
Edizioni Puntoacapo (Collana Altre Scritture) - Novi Ligure (Al)
Il libro di Cristina Raddavero, intanto, ci tocca perché rappresenta quell'elemento umano che per alcune persone si riduce, tranne rari momenti, a mero strumento di lavoro, ma per altre è una vera dimensione dell'esistenza, parallela al presente, e cioè la memoria. Dicono alcuni di vivere nel presente, e che tutto è un eterno presente.
In un certo senso questo è vero, perché il passato esiste in funzione dell'oggi. Ma è altrettanto vero che molti non si sforzano di dare un senso alla propria memoria individuale, di riviverla, di ripensarla,di coltivarla, e piuttosto vivono il passato come un dato di fatto incontrovertibile, una specie di memoria di lavoro come quella del disco di un computer, salvo rispolverare ogni tanto qualche immagine triste o lieta. Anche se poi il passato, più o meno ancestrale, torna a squarciare la monodimensionalità del presente, come attraverso la vertigine del dejà vu.
E i più grandi artisti (ma anche gli uomini di scienza: pensiamo a Freud e alla psicoanalisi) ci hanno insegnato che il recupero memoriale arricchisce la nostra vita di sempre nuove suggestioni: "quando niente sussiste d'un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, più tenui ma più vividi, più immateriali,più persistenti, più fedeli, l'odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l'immenso edificio del ricordo".Meglio dunque lasciar parlare Proust.
Qui dirò solo che, come nella storia individuale, così anche nella storia collettiva la memoria viene spesso trascurata, nonostante i continui sforzi esegetici dei veri storici. Cosa sapremmo veramente, noi uomini del presente, di quell'epocale travaglio che ha mutato la civiltà rurale italiana, senza libri come questo di Cristina Raddavero?
Certo, si tratta sempre di tempi umani e non geologici: fatto sta che quella civiltà apparentemente statica, che l'autrice evoca al momento del suo trapasso, apparve ai suoi protagonisti come un dato di natura.
E, come dice l'autrice, i suoi protagonisti si resero conto solo confusamente di quel passaggio verso la civiltà urbana, industriale e quant'altro. Siamo noi, oggi, che cogliamo meglio, forse, quelle dinamiche storiche, e che, artisticamente, riscopriamo il fuoco sotto la cenere del tempo, facciamo rivivere quelle speranze, quelle passioni, quelle vite che ci traspaiono solo da qualche cronaca sbiadita, o da resti di lapidi e abitazioni che la natura torna a ricoprire e la scrittura cerca ostinatamente, amorevolmente di far rivivere".
(Commento critico a cura di Flavio Vacchetta)
Ho avuto la fortuna di nascere e crescere all’interno di una realtà costituita di cose semplici e autentiche. Benvenuti nel fatato mondo di Cristina Raddavero, all’esordio letterario col romanzo “Il Vento dell’Antola” (Puntoacapo Editrice, 2010). Provate per un istante a chiudere gli occhi e lasciare alle spalle la quotidiana follia del vivere delirante e incontenibile. Ad esattamente quarantaquattro anni dai cupi fatti che il 21 Settembre 1961 sconvolsero Reneuzzi (piccolo paesino dell’appennino ligure-piemontese alle pendici del Monte Antola, vetta particolarmente cara ai genovesi), che fecero da corollario ai flussi migratori dalle campagne verso le città prossime al boom economico, nonna Nora e la nipote Livia (tutti i nomi sono di fantasia) tornano là dove la memoria s’è interrotta. Ma non vi è alcun sensazionalismo né colpi di scena: il gesto dell’anziana madre di Marta, la zia di Livia che visse in quei luoghi cinti dallo splendore della natura fino al tragico epilogo, è d’amore e pietà. La ragazza ne coglie il senso fino in fondo. Nel malfermo incedere della nonna dai ruderi di Reneuzzi fino al cimitero dove riposa per sempre Daniele, l’assassino della figlia, non v’è solo una personale via crucis, ma soprattutto un saldare i conti col passato regalando alla giovane erede un presente che non può prescindere dalle sue radici.
E’ proprio il 21 Settembre 2005 che si svolge la narrazione, costruita su un continuo flashback. Le due donne «erano arrivate[…] lasciandosi alle spalle cemento, lunghe file di vetture strombazzanti, smog e la più svariata tipologia di esseri umani dislocati ovunque». Il corso degli eventi è molto più che una pagina scritta: immerse nella pace di una natura immutabile e uguale a sé stessa, paiono percepire le circostanze della storia d’amore tra Marta e Daniele come vive e pulsanti in ogni angolo dell’impervio territorio. La Bocca del Leone, un grosso masso frutto della fantasia della scrittrice presso cui Marta soleva abbandonarsi sognando immaginifici futuri di là dell’appennino, è come una porta spazio-tempo: una volta lì giunte sarà il mito di quegli anni lontani ad imporsi. Ma il ricordo non conosce rancore, che pure al lettore sembrerebbe lecito, e Nora si fa interprete di una misericordia che è frutto di un’anziana saggezza: l’odio conturba e avvelena, sembrerebbe suggerirci. Livia comprende e ascolta incantata, sospesa tra la suggestione di rivivere quel tempo andato da cui lei stessa discende e la consapevolezza di afferrare qualcosa di irripetibile: un travaso generazionale che non potrà avere alcuna replica.
Ma questo non è solo un racconto d’amore e perdono. E’ il pretesto per un’ampia riflessione su un mondo fatto di piccole cose, di nostalgia per i gesti semplici, per un modus vivendi profondamente compenetrato al creato e alle sue leggi. Ogni pagina del romanzo sgorga dal basso, dalla terra, trasuda passione per la natura, per quei boschi incontaminati che sono la morfologia stessa dell’entroterra ligure, distesi a racchiudere il segreto di una vita altra, fatta di tempi e modi profondamenti diversi. Colpisce in particolare l’equilibrio complessivo del racconto, che mai tracolla verso il giallo o la suspense e nemmeno si fa ammaliare dall’apologia dei bei tempi andati, ma che mostra altresì un potere evocativo sorprendente anche per chi di quella cultura contadina integra e faticosa, squassata dalla storia e dai suoi ricorsi, non saprebbe immaginare nulla. Non cercate un primo attore, o meglio non pensate di trovarne uno solo o qualunque: potete abbandonarvi al racconto e intuirne le pieghe nel morboso amore di Daniele per Marta, per quell’innocenza prossima alla contaminazione che ai suoi occhi lei raffigurava, immaginare Livia e Nora alla Bocca del Leone avvolte nella solitudine più assoluta, oppure ancora andare col pensiero ai tanti paesi che come Reneuzzi subirono l’ingiuria del tempo e della corsa verso le magnifiche sorti e progressive di un mondo nuovo. Ma non scordate il vento. Teso, implacabile, che ben conosce chi ama la montagna e i suoi sentieri, che inesorabilmente colma di sé i passaggi cruciali della storia. Forse è proprio quello il vero protagonista.
(Commento critico a cura di Enrico Pietra)
I lettori che seguono DictaMundi hanno già avuto l’opportunità di apprezzare Cristina Raddavero quale opinionista di attenta e approfondita matrice culturale. I suoi commenti critici, le sue recensioni, la sua obiettività di giudizio per molti autori e poeti costituiscono punti di riferimento sui quali riflettere e misurarsi. Lo attestano le molte lettere che ci pervengono e nelle quali si sottolinea la sua capacità di farsi scandaglio, di saper trapassare le parole per penetrare il profondo, la parte nascosta, l’humus che si cela, a volte, a propria insaputa, nell’animo e nel pensiero.
Ora, con Il “Vento dell’Antola”, (Puntoacapo editrice – collana Altre scritture) si misura con la narrativa e con un esordio letterario altrettanto impegnativo e convincente. La “gittata” di base è sempre la solida preparazione culturale, ciò che a me piace definire, i “ferri del mestieri”, poi la serietà d’intenti, l’intima certezza di essere pronta a “fare il salto”, e di potersi proporre con autorevolezza e senza cedimenti di stile.
Il Vento dell’Antola dichiara una struttura architettonica a piani sovrapposti: la memoria, il fatto, lo scenario socio demografico, la sgomenta accettazione del presente. Sullo sfondo, il paesaggio e la natura protagonisti e partecipi, complici e, nello stesso tempo, assenti, presenti e lontani. Il soffio del vento li avvolge e li filamenta in una sorta di visione panteistica; bella, toccata con mano, vissuta. Il vento che transita, sussurra, riporta echi, suoni e fruscii di fronde tra i rami dei faggi e gli arbusti di rosa canina. Il pensiero non può non ricorrere a Percy Bysshe Shelley e allo stupore selvaggio della sua splendida “Ode to the west wind”, dove il vento cattura interamente la scena, e diventa lui stesso vita e tragedia; “distruttore e conservatore”, dolce e ruggente: “Oh selvaggio vento dell’Ovest, alito della vita autunnale/dalla cui misteriosa presenza le foglie appassite/vagano come fantasmi da un magico andare…”
L’Antola. L’Antola per le popolazioni del genovesato e dell’Oltregiogo Ligure Piemontese evoca sacralità e rispetto. Andare sull’Antola non significa andare su un monte qualsiasi: è un rituale, una ancestralità che si tramanda da generazioni, un che di esoterico e misterioso accompagna il suo nome. Dopo “La Guardia” e più delle “Capanne (di Marcarolo), l’Antola è il “pellegrinaggio” d’eccellenza, il respiro delle montagne, la voce degli avi, la memoria.
La memoria e il delitto. È qui, su questi crinali che si dipana il racconto di Cristina Raddavero. Siamo nell’immediato dopoguerra, si costruisce l’Italia e la storia, le vallate si spopolano, il mito del benessere e del “miracolo economico” consuma il suo tragico, epocale scombussolamento sociale e ambientale. Ricordo ancora la sintesi di un valligiano della Val Borbera: “Ci dicevano che in città, per le strade i salami erano appesi per un filo; bastava allungare una mano e raccoglierli”. Sono partiti in massa. Venduto stalle, sprangate abitazioni, ucciso il pollame, sacrificato capre e maiali per rincorrere il mito del “salame appeso” e della “fettina di carne tutti i giorni”. Ma il cuore era spappolato e spappolata restava la montagna.
In questa dicotomica lacerazione, Cristina Raddavero si muove con misurata partecipazione narrativa: da un lato, il maestoso fascino della montagna con le sue bellezze immobili nella secolarità del tempo; dall’altro l’attrazione dell’abbandono e della partenza in una definitiva scelta di vita e di ripudio della terra dei padri, dei solchi,del profumo del fieno, di un sorso d’acqua fresca alle sorgenti dei boschi; un come allontanarsi da se stessi e dalle proprie origini.
Inevitabile che in un tale scenario maturi il fatto, il gesto estremo della ribellione, del più debole, di chi non vuole rassegnarsi a perdere amore, terra, passato e futuro. Perché la consapevolezza è quella d’essere sconfitto dalla storia e dal tempo, perché nulla ha più valore e non può essere difeso dopo l’oltraggio dell’abbandono.
La storia ha radici vere e romanzate nel paese ormai disabitato di Reneuzzi, ma è la storia di centinaia di borghi e paesi e frazioni delle nostre valli che si sono spopolate segnando una svolta socio-demografico-economica di cui anche oggi viviamo le evidenze; chi ha cercato di opporvisi, senza capacitarsi o darsi rassegnazione, ha dovuto gettare la spugna come il protagonista, pagando di persona sulla propria pelle e sopra la pelle di Lupo, il cane fedele che non poteva sopravvivere al gesto tragico del suo padrone e ha preferito condividerne l’epilogo..
Ma tutti i personaggi del racconto sono catturati da Cristina Raddavero con un tratteggio psicologico di calibrata intensità emotiva, accompagnano il lettore nelle loro fatiche, nei sogni, nelle attese e nelle delusioni. Emergono nitidi dallo sfondo incidendo la scena con ruoli definiti, disegnati con una matita narrativa efficace, a tinte rotonde, la definirei, quasi vibrante.
Molto pertinenti gli intermezzi inseriti tra un capitolo e l’altro con la presenza di voci note e meno note ma sempre opportune come per incorniciare degnamente le tematiche del capitolo stesso: Susanna Tamaro, Rainer Maria Rilke, Cesare Pavere, Paolo Rumiz… e significative anche le belle foto concesse dal fotografo Paolo Grasso per rappresentare i luoghi in cui si svolge il racconto.
Insomma, un libro da leggere ma anche un libro su cui riflettere di noi stessi e della nostra storia recente; soprattutto in considerazione dell’incuria e delle devastazioni che scempiano la bellezza del paesaggio e della natura.
(Commento critico a cura di Pier Luigi Coda)
«Il vento racconta tante storie, bisogna saperlo ascoltare bene; certe volte bussa alla tua porta leggermente, altre volte molto forte; il vento viene da lontano... si perde nel tempo della storia per consegnare le nostre vite all'eternità».
Liberamente ispirato a una fosca vicenda che nei primi Anni Sessanta segnò il paese di Reneuzzi, nel Comune di Carrega (AL), il testo propone un continuo alternarsi di realtà e fantasia, opportunamente contraddistinto da richiami biblici e da manifesti riferimenti a opere letterarie italiane classiche e contemporanee. Il titolo ricalca quello di un periodico divulgato, nei decenni scorsi, nei territori circostanti il monte Antola, gli stessi che fanno da scenario al racconto. Sullo scorcio di un idillio dal sapore tipicamente agreste si profila una tragedia, annunciata sin dalle prime battute del libro, la cui portata caustica quanto ineluttabile investe non soltanto il potenziale umano presente nelle regioni montane (opprimendo i superstiti con «un vuoto trasversale», gravoso dal punto di vista «fisico, emotivo, mentale, spirituale»), ma anche le dinamiche sociali e territoriali di una zona di frontiera, improvvisamente ingurgitata «dentro una voragine fatta di niente e di nessuno». Nella rievocazione di un passato foriero di fascino e insieme di misterioso turbamento, «nell'altrove della memoria depositaria di un'identità incancellabile», la percezione di un lento scorrere del tempo permea una quotidianità contadina scandita da ritmi lavorativi e da manifestazioni di fede, nella quale agisce una costellazione di protagonisti e di comparse dalle connotazioni ora puntuali ora sfumate. Le condizioni ambientali e climatiche dei luoghi su cui torreggia il monte Antola temprano i personaggi e ne plasmano gli animi. L'isolamento da un mondo in rapida trasformazione reca in sé il pericolo di un inconsapevole assopimento intellettuale e di un progressivo torpore delle coscienze. Così come la rinnovata realtà cittadina del secondo dopoguerra, anche i centri del fondovalle sono preda di un vorticosa evoluzione e di un incontenibile fermento legati alle molteplici prospettive occupazionali che consentono un generale miglioramento della qualità della vita. Cambiamenti epocali interessano anche i piccoli paesi, sconvolgendone talvolta la natura stessa e il loro caratteristico «spazio chiuso all'evolversi del tempo», marchiato da una «ciclicità immota» e da «sequenze identiche nell'alternarsi delle stagioni». Nell'irrimediabile scontro tra fervore innovativo e timore del nuovo, sarà la strada, con il suo snodarsi suadente e sinuoso, a chiamare a sé la gente, conducendola – fedifraga verso le proprie origini – definitivamente lontano dal contesto rurale. L'inarrestabile spopolamento delle zone appenniniche contribuisce a minare le risorse di intere valli e anche l'Antola, non più «monte vivo di uomini», viene a poco a poco inghiottito da una vegetazione soffocante e spettrale. La descrizione di un ambiente desolante, delineato con toni ossessivi, nel quale filtrano a tratti funeste luminescenze, può evocare l'inquietudine e lo sconvolgimento caratteristici di un filone pittorico e letterario del Romanticismo anglosassone che interpreta l'estetica del sublime. «Il completo sfacelo» delle antiche case di Reneuzzi, paese «destinato... a parlare soltanto attraverso il silenzio, la sua assenza a se stesso», mette in evidenza l'opera indiscriminata di una «natura selvaggia» tratteggiata come «una dama austera dal portamento arbustivo onnipotente» non dissimile dalla volitiva «matrigna» di leopardiana memoria. Attraverso il periodare ampio di una prosa accattivante e descrizioni minuziose sullo stile di Susanna Tamaro, viene espresso il senso panico della natura e la compenetrazione dell'uomo in essa.
Custode dei boschi e delle radure è soltanto un vento «strano, insolito e ambiguo», un sibilo profumato di mora selvatica che vaga senza requie, come in cerca di un perdono pacificatore. L'irrequietezza del vento ricorda quella di Daniele, il protagonista del racconto che, squassato da una passione e un desiderio implacabili nei confronti della cugina Marta, profondamente sconvolto nel proprio essere, si macchia di un gesto folle e irreparabile. Anche nella realtà dei fatti sottesa alla storia, la vena torbida di un sentimento amoroso è culminata in un omicidio-suicidio: una delle cause indirette del completo abbandono di Reneuzzi.
Tematiche di carattere esistenziale sono affrontate nel finale del racconto, a proposito della dolorosa elaborazione del lutto cui è sottoposto l'uomo, in linea con il pensiero agostiniano e soprattutto con la morale manzoniana che sostiene il valore catartico del perdono cristiano. A quest'ultimo si appella ancora il testo a tutela dal male presente nel mondo (richiamato attraverso vari accenni a Giobbe), come unica risorsa per placare una vana sete di risposte e commutare la fatica di una «salita» nella serenità di una «ascesa».
Recensione comparsa su “QuattroPagine”, n. 5, luglio-agosto 2010.
(Commento di Valentina Incardona)
Ieri pomeriggio, e poi durante la notte ho letto il tuo bellissimo libro: Il vento dell’Antola
Non ho potuto smettere di leggere …
_Ho potuto cogliere nel profondo il dolore che mette alla prova gli umani, sentirne il peso che ti schiaccia il cuore e ti toglie il respiro.
_Ho potuto osservare da spettatore la disperazione delle anime , una per l’altra che vanno incontro. passo dopo passo alle scelte che decideranno il loro futuro.
Il portare a conoscenza del sentimento dell’abbandono …terribile prova , sia esso inteso da un luogo, da un animale, o da uno spirito …
_Ho potuto risollevare il capo e tornare a respirare corroborato dal perdono che cogliendoci per mano finalmente (ci) libera dal peso oppressivo dell’ardua prova che avvolge gli attori del teatro che hai creato.
Raro e bellissimo sentir parlare di amore e perdono di questi tempi dove quelle parole sono inflazionate e usate a sproposito, quasi l’oscuro avesse capito che bisogna mimetizzarsi appropriandosi dei simboli di <luce>, per intrufolarsi nei cuori assopiti e annoiati, in travestite sembianze.
Raro il messaggio di speranza portato dal perdono, in un mondo dove il dualismo è l’attore principale, dove il due predomina, e la spada viene sempre impugnata dall’elsa e non dalla lama…
(Commento di Renato Belforte)
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