Adriana Tasin : "Il gesto è compiuto" - Puntoeacapo edizioni

 

Ce lo dice lei stessa: come mi sia ritrovata a scrivere poesie in età matura è cosa, almeno per me, almeno sorprendente.

Di sorprendente ne Il gesto è compiuto c’è la posa della parola, non un accomodamento banalmente maturato in corso d’esistenza, piuttosto la compiutezza di una “ritualità” tale perché assorbita nel percorso e per di più sotto giuramento:

Nulla ho fatto,

lo giuro,

che si possa sussurrare amaro

nei cortili ombrosi.

Ma anche fosse

l’età si acqueta

in pozzanghera divina.

E tutto è oro.

E se anche questo giuramento venisse meno, ve ne è un altro, quello di restare fedele a non sottoscriverne alcuno come si conviene al poeta: non c’era rimedio/che si potesse cantare.

Non si trova un verso di Adriana Tasin su cui ci si possa sedere se non per ripartire nella geografia dell’interiorità chiamata a voce alta sia nella dimensione di un “tu” interrogante, sia in quella duale (Ma tu, scrivi di noi?) anima di una memoria “greca” che nella cifra del caso non contemplato nella lingua italiana, deposita sulla pagina il senso forte della relazione, sia con l’uomo che col creato.

Il “due” ricorre in tutte le tre sezioni della raccolta (In_fertilità, In aria di Mistral ora mi ritrovo, Stanza remota) sale a filo d’acqua nella tensione superficiale che rende inaffondabile la materia prima della scrittura: Prima ero io/poi/ha turbinato dottrine/e non ero più carne e corpo/ma aria battente/giù a livellare schiene ricurve/a losanghe traslate/in estasi e preghiera.

Il due sentito da Tasin è il numero del patto, dell’intesa, dell’accordo: le nostre mani a croce, la parola prima e la parola ultima sono due, intimamente connesse, visceralmente legate: che smisuratezza in tutto questo! Un territorio per il quale i Greci concepivano persino il duale occasionale, quello degli amanti. Forse che Tasin opera diversamente? Siamo stati sposi….

E come non ravvisare questa pregnante istanza a concepirsi duale nella in_fertilità che elargisce il dono del niente, il più grande tanto da essere senza proporzioni. Tasin delle proporzioni non sa che farsene, predilige la magia del cerchio che è inizio e fine e quando ne ha fatto uso, quando pare lavorare di simmetrie, quando “ha preso le misure” ne è fuggita senza ricette in tasca.

Lei stessa difende questo sentire ribadendo che alla poesia “è arrivata tardi” perché, i fondo, non è mai partita o mai se ne è allontanata. Ci si può forse allontanare dall’eternità? Tasin ti guarderebbe dritto negli occhi sorridendo: Ma ora che la vita eterna è qui/ (la sento battere forte/e per sua stessa definizione/di certo non intende andarsene/ci accontentiamo di promettere/un istante/ e poi un altro / e poi basta. /Poco davvero.

La fisicità è la chiave dell’ineffabile, la sequenza che permette l’apertura della cassaforte: e sono occhi e sono mani e sono gambe e sono madre e sono figlio, madre e poesia. Sì, il gesto non può che essere compiuto, ma sia chiaro, senza sequestro di sé e del mondo ché a Tasin non piace morire triste.

(Commento di Cristina Raddavero)