Alerame Traversagni, «Legenda de Sancta Elizabet», a cura di Rino Giannini e Alessandro Barbini, nota linguistica di Fiorenzo Toso, Le Mani – Microart's Edizioni, Recco (Genova) 1998.

 

Nella Legenda de Sancta Elizabet scritta in prosa volgare ligure nella metà del Quattrocento dal savonese Alerame Traversagni è riscontrabile una significativa evoluzione nella produzione agiografica dell'epoca sia da un punto di vista tematico e contenutistico sia per quanto concerne l'apertura a modelli linguistici soprarregionali.
Sebbene non si disponga di alcuna notizia in merito all'autore, si può rilevare che nel XV secolo la famiglia Traversagni annoverò notabili figure in campo culturale, politico e religioso.
Per narrare la vita di Santa Elisabetta, Alerame Traversagni si attiene alla biografia della Santa presente nella Legenda Aurea composta intorno alla metà del XII secolo da Jacopo da Varagine. A differenza del suo modello, l'autore savonese riferisce soltanto tre dei diciannove miracoli attribuiti alla Santa, tutti riguardanti bambini in tenera età, nell'intento di focalizzare l'attenzione sull'aspetto umano di Santa Elisabetta, dimostrando tra l'altro come una donna laica sia potuta pervenire alla santità attraverso una vita virtuosa, contrassegnata da pietà, carità e opere di misericordia.
Proclamata santa il primo giugno 1235 da Papa Gregorio IX, Elisabetta nacque nel 1207 in Ungheria, figlia del re Andrea II e della regina Gertrude di Merano; nel 1221 sposò il langravio di Turingia Ludovico IV, dal quale ebbe tre figli. Con il consenso del marito, ella si dedicò a una vita caritatevole e ascetica; rimasta vedova nel 1227, condusse la propria esistenza in estrema povertà, totalmente dedita al soccorso dei più deboli. Con la sua dote fece inoltre costruire a Marburgo un ospedale deputato al ricovero dei malati più poveri, della cui assistenza provvide anche in prima persona. Morì a ventiquattro anni nel 1231. A Marburgo, presso la sua tomba, nel XII secolo fu edificata una chiesa a lei dedicata, che divenne presto meta di pellegrinaggio.
Come già a Jacopo da Varagine, dal canto suo maggiormente orientato alla spiritualità dei conventi nord-europei in accordo con la novità delle principali correnti religiose del suo tempo, la vita di Sant'Elisabetta, posta in relazione con l'agiografia francescana, fornisce ad Alerame Traversagni l'occasione non soltanto per esaltare qualità esemplari come la virtus e la pietas di una donna devota, ma anche per concentrarsi sulla dimensione mistica di un personaggio dotato di particolari poteri taumaturgici.
Il testo, che presenta una evidente costruzione latineggiante del periodo, risulta interessante specialmente per il rapporto che in esso si crea fra la tradizione locale (indispensabile, nei suoi elementi di idiomaticità, per garantire la fruizione di un'opera destinata alla pratica omiletica) e i modelli extralocali di superstrato, in particolare il latino e il toscano.
Come opportunamente sottolineato dal Prof. Fiorenzo Toso nella nota linguistica che correda il testo, l'opera del Traversagni si colloca «nell'ambito di quel modesto “Umanesimo” ligure che insegue una velleitaria adesione alle suggestioni culturali di più ampia circolazione a partire da condizioni di oggettivo ritardo, ma anche di fedeltà sostanziale a una chiusa tradizione locale: un “Umanesimo” organizzato per piccoli ambiti, spesso circoscritti a una cerchia familiare (come quella dei Traversagni), e che in più di un caso mostra di riuscire ad acclimatarsi più facilmente in una Savona priva di tradizioni idiomatiche da difendere – e per ciò stesso più aperta al nuovo e all'esterno, fors'anche in reazione alla pressione dei modelli culturali della capitale regionale –, che non in una Genova orgogliosamente arroccata nella difesa di una specificità da fare valere verosimilmente, in un periodo di incertezza politica, nei rapporti di forza con le dominazioni straniere».
Rispetto all'edizione curata nel 1898 da Vittorio Poggi, quella proposta da Rino Giannini e Alessandro Barbini, fornita di una accurata introduzione che, oltre alle sue motivazioni, dell'opera ricostruisce il contesto storico-culturale, ha il pregio di avvalersi di una notevole riduzione dell'intervento personale dei curatori nella fase della constitutio textus, conservando così una trascrizione più fedele dal manoscritto di riferimento, a differenza dell'edizione ottocentesca che, nell'ottica di una maggiore «nobilitazione» della lingua regionale, mostrava massicci interventi sul testo allo scopo di enfatizzarne l'idiomaticità.

(Commento a cura di Valentina Incardona)